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Sas noe contonadas[1] - 2a parte PDF Stampa E-mail
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Sabato 13 Febbraio 2021 00:35

Racconti terrificanti di fantasmi e di anime dannate costrette a girovagare senza meta per le strade del paese nelle ore notturne hanno tormentato la mia infanzia e hanno turbato i miei sonni di bambino e di adolescente

di Carlo Patatu

D

iverso, invece, quando si affrontava il discorso di un altro genere di fantasmi. Di quelli, intendo dire, che non avevano l’abitudine di materializzarsi se non nella fantasia delle persone che ci credevano. E che (io ero fra queste) vivevano tali sensazioni come fossero fatti realmente accaduti, effettivi, concreti.

Al solo sentir parlare de Sa regula o Su trazu[2] mi si rizzavano i capelli, mentre un brivido mi attraversava la schiena a mo’ di fulmine. Naturalmente mai fui coinvolto di persona (né potevo esserlo, d’altra parte) in episodi o storie di tal genere. Tuttavia, il solo pensiero di dover assistere a uno di tali avvenimenti terrificanti mi metteva addosso un’agitazione che tardava a scomparire.

Sa regula

Secondo una vecchia leggenda tramandata dagli anziani, alle anime del Purgatorio, durante il lungo periodo di purificazione e in attesa di varcare le sospirate porte del Paradiso, incombeva, fra gli altri, l’obbligo di girovagare nei pressi dei cimiteri e delle chiese. Sia di paese che campestri. Per un’ora intera, subito dopo il mezzogiorno e la mezzanotte. Dovevano pregare quegli spiriti purganti (ecco la regola) per redimersi dai numerosi  peccati commessi in vita e per cancellare le colpe che ancora macchiavano le loro anime. La tradizione voleva che, puntualmente e alle ore previste, folte schiere di ombre sciamassero a frotte dal cimitero per sparpagliarsi lungo le strade del paese e per i sentieri campestri, dirigendosi in chiesa a pregare e a implorare il perdono divino. Ecco perché, in quelle ore, nessun vivente doveva farsi trovare all’interno o in prossimità di una chiesa o del camposanto. Chi aveva osato violare quella norma non scritta era incorso in disavventure sgradevoli e raccapriccianti.

Si raccontava di un pastore che, mentre a mezzanotte passava nei pressi di una sorgente dov’era stato commesso un delitto anni addietro (una croce scolpita sulla pietra ne indicava il punto esatto), sarebbe stato addentato al pollice della mano destra da un’anima errabonda e senza pace. Il morso gli aveva procurato un’infezione, per cui il dito gli si era gonfiato a dismisura. E fin qui niente di straordinario. Poteva anche essere stata un’altra la causa di quell’incidente inusuale. In tanti avevano espresso dubbi al riguardo. Invece si accettava per vero, e senza riserve, che l’elemento fantastico (stando alla versione che circolava dell’accaduto) avesse avuto un ruolo preponderante.

La mia bisnonna materna[3], che s’intendeva di cure praticate a base di erbe e decotti (omeopatiche, si direbbe oggi), fu chiamata a soccorrere proprio l’uomo che si voleva morso dal fantasma. Quella santa donna gli medicò il dito per qualche tempo; e cioè fino a quando dalla ferita, ormai inondata dall’infezione, non saltò fuori (quale orrore!) un molare... Si, un dente (così raccontava mia madre con gli occhi sempre lucidi per l’emozione). Bianchissimo, con radici robuste e intatte. In breve, il dente di un giovane. E giovane, per l’appunto, era l’uomo assassinato nei pressi della fontana campestre, dove l’incauto pastore si era trovato a passare al rintocco della mezzanotte.

Su trazu

Anche in questo caso, c’era di mezzo un folto gruppo di anime; ma di quelle senza speranza, perché destinate alla dannazione eterna. Fra gli innumerevoli e orribili castighi cui dovevano sottostare all’Inferno i peccatori irredenti, vi era quello di girovagare senza meta e a notte fonda, portandosi appresso i ceppi della loro schiavitù. Muovendosi lentamente e con passo cadenzato, producevano il rumore caratteristico di chi si trascina appresso grosse catene lungo la strada ricoperta dal selciato. A fatica, un passo dietro l’altro. Da qui, Su trazu.

Correva voce che quel frastuono si annunciasse in sordina. Come un tramestio che proveniva da lontano, come dal fondo di un viottolo buio e che, a mano a mano, aumentava d’intensità fino a divenire assordante, quando si presumeva che quelle anime errabonde fossero giunte davanti alla porta di casa. O sotto la finestra della camera da letto. Naturalmente, ne riferisco per quanto mi riguarda, il tutto era frutto di fantasia. Non poteva che essere così. Eppure quel rumore soffocato, diverso da ogni altro da me conosciuto (e che mai ebbi modo di sentire veramente), si era bene impresso nella mia mente. Tant’è che mi pareva di averlo udito per davvero. Non una, ma dieci, cento volte.

Imbattersi malauguratamente in Su trazu significava andare incontro a guai seri. Persino a morte certa. O quasi. Quelle anime malvagie e senza speranza di riscatto dalla dannazione perpetua potevano (dovevano) procurare danni irreparabili a chi avevano occasione d’incontrare lungo il loro cammino. Si fantasticava di festini notturni, di baccanali con canti, balli e urla a perdifiato, nel corso dei quali era dato di assistere a spettacoli terrificanti, con frotte di ombre maligne che davano libero sfogo agli istinti più bassi, portando distruzione e morte in tutto ciò che di vivente gli si parava innanzi, durante quel tremendo vagabondare notturno.

Ecco perché il terrore d’imbattersi nottetempo in qualche pantasima[4] non abbandonava mai i bambini della mia generazione. Come pure destavano paura e orrore i canti notturni de s’istria[5] o del gallo prima che dal campanile risuonasse la mezzanotte. Tali canti si qualificavano come segni premonitori di disgrazie imminenti, o l’annuncio di lutti improvvisi. Insomma, c’era poco da stare allegri. Il brutto era che, a furia di evocarlo, il lupo finiva col presentarsi per davvero. Pertanto capitava talvolta che un galletto insonne o un barbagianni innamorato si mettessero a cantare per i fatti loro. Senza tener conto degli orari sconvenienti e senza farsi scrupolo delle ansie e delle paure sofferte dai bambini che avevano la ventura di ascoltarli. E che da quei canti notturni traevano auspici immancabilmente infausti. Salvo poi scoprire che il mondo continuava a seguire il proprio corso, a dispetto dei galli e dei barbagianni cui era venuta voglia di cantare ancor prima della mezzanotte.

Soltanto più tardi compresi il perché di quelle storie terribili e spaventevoli che, sentite e riascoltate più e più volte, agitarono i miei sogni di bambino con incubi a non finire. Da adulto mi fu chiaro, finalmente. Si voleva che quelli della mia età non se ne stessero in giro per le strade, dopo il calare del sole. Per evitare brutti incontri, prima di tutto. Ma anche per non essere testimoni di malefatte cui, per prudenza, sarebbe stato meglio non assistere. L’imperativo categorico che ciascuno dovesse farsi i fatti propri incominciò così a radicarsi nella mia coscienza morale. Fin da piccolo.


2 – continua.


Cfr.: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 73-83.



[1] Alla lettera, le nove cantonate; e cioè nove angoli di strada o di piazza in cui ci si appostava per precedere il passaggio della processione del Corpus Domini. Nel testo che segue si comprenderà la ragione di tale straordinaria consuetudine del passato.

[2] Alla lettera, la regola (Sa regula) e l’atto del trascinare un qualcosa di pesante (Su trazu).

[3] Francesca Muzzoni Murgia nota Chicca.

[4] Fantasma.

[5] Uccello notturno di malaugurio: strige, allocco, barbagianni.

Ultimo aggiornamento Sabato 13 Febbraio 2021 00:51
 

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