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Su Mastru[1] - Seconda e ultima parte PDF Stampa E-mail
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Lunedì 01 Marzo 2021 10:38

Su Mastru[1] - Seconda e ultima parte

Pasquale Brau giunse a Chiaramonti giovanissimo e ci restò per il resto dei suoi giorni, fatta eccezione per gli ultimi anni, trascorsi a Sassari presso il figlio Nicola – Insegnante per antonomasia, in paese Su Mastru era lui e non altri

di Carlo Patatu

S

u Mastru era persona autorevole e molto ascoltata, in paese. Erano in tanti a rivolgersi a lui per chiedere consigli; che dispensava senza alterigia, mostrando grande disponibilità e pazienza. La porta di casa sua era sempre aperta a tutti.

Non fece a meno, e c’era da aspettarselo, di lasciarsi coinvolgere nell’attività politica: fu una camicia nera influente durante il Ventennio e un militante democristiano ugualmente prestigioso dopo l’avvento della Repubblica. Commissario prefettizio del comune di Chiaramonti dal Novembre 1936 al Maggio 1940, si adoperò per ammodernare il paese, nei limiti consentiti dalle norme e dalle disponibilità finanziarie dell’epoca.

A noi scolari raccontava con soddisfazione che, durante il proprio mandato, aveva fatto sistemare per intero la via Carmelo, che porta al cimitero, pavimentandola con un bel selciato di calcare bianco, purtroppo scomparso sotto un anonimo manto di asfalto stesovi poi negli anni Sessanta. La passione politica lo vide attore impegnato e battagliero in consiglio comunale, sia pure dai banchi dell’opposizione, durante le amministrazioni guidate dai sindaci Armando Fumera e Nino Brandano[2].

Amante della natura, riusciva a conciliare bene l’impegno severo a scuola con la passione per la campagna. Agricoltore competente, sovrintendeva di persona alla coltivazione del suo bel vigneto, in regione Codinas[3]; gli fruttava una buona produzione di vino che i bevitori locali stimavano generoso e che egli vendeva in proprio (“...a preziu zustu!”, amava ripetere), coadiuvato con altrettanto zelo dalla fedele domestica Maria Leonarda.

A scuola ricopriva l’incarico di maestro coadiutore. E cioè rappresentava in loco la direttrice didattica, che aveva l’ufficio a Ploaghe[4] e che, negli anni da me trascorsi sui banchi delle elementari, era la dottoressa Vincenzina Fogu[5]. Severa quanto si doveva essere a quel tempo (e cioè molto), più che dagli scolari era temuta dagli insegnanti. Che entravano in agitazione alla sola notizia del suo arrivo. Per noi, invece, essa non era che una signorina attempata, dai modi cortesi, distinta e con i capelli grigi raccolti ordinatamente in due magnifiche trecce, che le cingevano il capo con solennità a mo’ di corona. Eppure l’annuncio di una sua visita non mancava di mettere in ansia i maestri, nonostante fossero tutti molto ligi al dovere e con tanti anni di esperienza sulle spalle.

Ricordo che la signorina Vittorina Merella[6], insegnante di origine nulvese, si premurava di dare immediatamente l’allarme, quando dalla propria aula, con le finestre rivolte verso Sa pala brutta ‘e Littu[7], intravedeva una nuvola di polvere bianca levarsi dallo stradale non ancora asfaltato. In paese, il transito dei rari autoveicoli costituiva un avvenimento, negli anni Quaranta. Lo era, a maggior ragione, l’arrivo della berlina nera del tassista ploaghese Bucianu Spano[8], che accompagnava fedelmente la signorina Fogu in tutte le sue visite ispettive. In previsione del pericolo imminente, fioccavano subito addosso agli scolari le raccomandazioni concitate sul come comportarsi in presenza della direttrice: braccia in prima (conserte, incrociate sul davanti e senza appoggiarsi sulla ribalta); oppure braccia in seconda (mani allacciate dietro la schiena, che doveva restare bene eretta e incollata alla scomoda spalliera). Non fare domande e non parlare se non interrogati. Insomma, silenzio e prudenza erano d’obbligo. Anche il maestro Brau, ch’è tutto dire, entrava in ambasce durante quelle visite. L’imprevisto stava pur sempre in agguato. Ma, in genere, tutto filava liscio e la direttrice si congedava distribuendo complimenti e sorrisi. In ogni caso, la sua partenza era salutata dai maestri con un lungo sospiro di sollievo.

Io, che a scuola me la cavavo benino, non ebbi mai l’occasione di assaggiare la bacchetta del mio maestro. Non glie ne diedi mai il motivo; anche perché i miei genitori non finivano mai di raccomandarmi di fare da bravo. Pertanto, non avevo alternativa; mi bastavano (e avanzavano) le sventolate del battipanni di vimini che mia madre (una donnona che calzava 43 di scarpe!) agitava sul fondo schiena dei propri figli (sei) con generosità ed energia solitamente inesauribili.

Ci fu una sola circostanza, nella quale mi beccai a scuola un ceffone sonoro. Di quelli che lasciano il segno e fanno sbandare fino a provocare la perdita dell’equilibrio. Ecco come andarono le cose. La primavera era ormai alle porte e già si annunciava con giornate splendide di sole marzolino; non si poteva (non si doveva) trascorrerle sempre e per intero stando rintanati in quella specie di cella che era la nostra aula. C’è da dire che la scuola elementare era alloggiata in viale Marconi, nel palazzo Schintu[9], che ospitava anche l’ufficio postale e che, in seguito e per alcuni decenni, avrebbe accolto pure la banca. Le classi occupavano il pianterreno, posto due piani sotto il livello stradale. Un seminterrato, quindi. Umidità, freddo e illuminazione scarsa connotavano quelle stanze grigie, dotate di arredi spartani e solitamente sovraffollate.

Dalla mia aula, con una sola finestra che si affacciava a oriente appena al di sotto della scalinata di accesso al portone, non si vedeva mai il sole; e nemmeno il cielo, interamente nascosto dalla scarpata attigua e da un altro edificio molto alto. Di acqua corrente neanche a parlarne, come pure di servizi igienici. C’era a disposizione un cortiletto attiguo per soddisfare i nostri bisogni. Il riscaldamento di quella specie di cantina era affidato, con ottimismo colpevolmente eccessivo, a monumentali stufe di terracotta color mattone funzionanti a legna. Più che calore, diffondevano nelle aule un fumo denso, acre e fastidioso. Meglio il freddo, dunque.

Ebbene, con nostra grande sorpresa, in una mattinata di sole la timida richiesta di fare una passeggiata scolastica fu accolta favorevolmente dal maestro. E di primo acchito. Cosa che accadeva molto di rado. In fila per due, c’incamminammo festanti verso Codinas, diretti alla vigna del signor Brau. Là avremmo potuto osservare le gemme e i nuovi virgulti delle piante che si preparavano per l’arrivo della buona stagione. Il maestro aveva portato con sé una zappa, perché voleva mostrarci come il ceppo della vite doveva essere liberato dalle erbacce che minacciavano di soffocarlo.

Ma, giunti a destinazione, l’uomo commise una leggerezza, della quale ebbe a pentirsi di lì a poco. Per liberarsi agevolmente della giacca e rimboccare le maniche della camicia, posò a terra (ma solo per un attimo) la zappa. Sulla quale compare Giovannino mise prima gli occhi e, subito dopo, le mani. Inutile dire che smaniava dal desiderio di anticipare quanto il maestro si accingeva a farci vedere. E così, librato in aria l’attrezzo, lo affondò con quanta energia aveva sul primo ceppo a portata di tiro, danneggiandolo irrimediabilmente. Non mi riuscì di capire perché mai quel caro amico, allievo svogliato anche del padre barbiere e privo di una sia pur minima familiarità con le cose e gli utensili di campagna, avesse voluto esibirsi in un esercizio così inusuale per lui, molto lontano dalle sue abitudini. Vista la gravità del danno e non disponendo di una bacchetta a portata di mano, d’istinto il maestro fece partire un ceffone che avrebbe dovuto stendere l’incauto e improvvisato zappatore. Il quale, aspettandosi quella reazione, si chinò rapido e riuscì a schivare il colpo. Che invece stese me, reo di essermi trovato accanto a lui, nel posto sbagliato al momento giusto.

Naturalmente, non mancarono le scuse del maestro, che ci rimase male. Non mancò nemmeno una risata generale che, suscitata dall’evento straordinario, contribuì a sdrammatizzare la situazione e a minimizzare il danno. Il signor Brau, pur contrariato, decise di lasciar perdere e di chiudere lì la faccenda. Ancora oggi ricordo quell’episodio con tenerezza e commozione. Anche perché quello è stato l’unico schiaffo (fisico) da me subito, finora. Dentro e fuori dalla scuola.


2 – fine.


CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 129-136.



[1] Il Maestro.

[2] Il commendatore Armando Fumera (1905-1971) fu sindaco dal 1952 al 1956, a capo di una lista civica e con la minoranza composta da tre consiglieri democristiani: l’insegnante Pasquale Brau (1895-1984), il dott. Giulio Falchi (1900-1993) e il possidente Carlo Maccioco (1922-1956). Il cavaliere Nino Brandano (1908-1985) fu sindaco dal 1956 al 1960, guidando una maggioranza eletta in una lista civica e con all’opposizione cinque democristiani: gli insegnanti Pasquale Brau, Matteo Tedde (1914-1975) e Gerolamo Casu (1919-1997), lo studente Andrea Solinas e l’agricoltore Domenico Accorrà (1905-2003).

[3] In quel sito, ormai urbanizzato quasi per intero, sorgono, oltre a quelli privati, gli edifici della scuola materna statale e dell’Istituto autonomo per le case popolari.

[4] La direzione didattica, all’epoca, esercitava la propria giurisdizione sulle scuole elementari e materne di Ploaghe, Chiaramonti, Codrongianus, Florinas, Ardara e Mores.

[5] Era originaria di Sassari (1893-1980).

[6] Nacque a Nulvi il 1895, dove morì nel 1972.

[7] Quel tratto del viale Marconi che corre sotto un boschetto di querce e che collega il centro storico di Chiaramonti col rione Codinas.

[8] Sebastiano Spano (1912-1972), ploaghese, noleggiatore d’auto con conducente, molto noto anche a Chiaramonti.

[9] Antonio Maria Schintu (1891-1951), commerciante di successo, negli anni Trenta e Quaranta, aveva fatto costruire quell’edificio imponente, con tre piani fuori terra e una vasta cantina.

Ultimo aggiornamento Lunedì 01 Marzo 2021 11:00
 

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