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Accadeva 30 anni fa: Questi miliardi non li vogliamo PDF Stampa E-mail
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Lunedì 14 Luglio 2008 11:57

Una storia quasi incredibile dal centro della Sardegna

di Angelo Montonati

Servizio apparso sul settimanale "Famiglia Cristiana" del 28 Gennaio 1978, anno XLVIII
I pastori di Chiaramonti hanno rifiutato finora il contributo di tre miliardi che una nuova legge ha stanziato per il miglioramento della loro zona agro-pastorale. I motivi del "no": quei finanziamenti sono solo per le cooperative e i pastori non vogliono unire il loro lavoro, la loro terra e i loro sacrifici a quelli degli altri.

Il cartello segnaletico all'ingresso del paese dice: "Chiaramonti"; ma una mano ignota l'ha corretto con vernice rossa in "Zaramonte", il nome sardo del luogo. Un gesto polemico che spiega tante cose, anche la storia che vi raccontiamo.

Carta d'identità di Chiaramonti: provincia di Sassari, 430 metri sul mare, antico feudo dei Doria, come testimoniano i maestosi ruderi di un castello sul cocuzzolo della collina più alta. Su 2.263 abitanti, 810 hanno un lavoro: 271 come pastori, 120 sono disoccupati, il resto bambini e pensionati. A guardare le case, molte delle quali nuove o dignitosamente restaurate, si ha l'idea di un certo benessere. Ma qui si vive duramente: la Sir, col suo reddito più stabile, attrae molti pendolari; per chi resta, l'attività prevalente è la pastorizia.
Nel 1974 il Parlamento italiano, conclusa l'inchiesta sul banditismo in Sardegna, vara la legge 24 giugno n. 268, per rilanciare l'agricoltura nomade. La Regione sarda, che aveva già legiferato in materia con legge del 10 dicembre 1973 (n. 39), con altra legge del 6 settembre 1976 (n. 44) precisa nei dettagli le modalità di intervento. Si tratta di una vera e propria riforma a favore di quei Comuni e di quelle Comunità montane la cui economia dipende in larga misura dall'attività agricola e pastorale.

Promulgata la legge, da tutti i venticinque comprensori amministrativi dell'isola arrivarono le adesioni e le domande di finanziamenti: la prima fu quella del Comune di Chiaramonti; la Giunta non perdette tempo, approvò subito il progetto di zona agro-pastorale elaborato dai tecnici della sezione speciale dell'Etfas, l'Ente regionale di sviluppo, e chiese i soldi. La legge, complessivamente, stanzia circa 330 miliardi per la creazione e la valorizzazione delle infrastrutture necessarie all'economia rurale: strade, elettrificazione, laghetti collinari, stalle, sili per la conservazione delle derrate.
Il progetto per la zona di Chiaramonti interessa 1.691 ettari, suddivisi in seminativi (201 ettari), pascoli da migliorare intensivamente (718) ed estensivamente (465) e in terreni migliorabili (307). Per farlo decollare, però, occorre l'approvazione dei proprietari delle terre comprese nella zona prescelta. Quando tutto è pronto e gli stanziamenti già fissati (si parla di oltre 3 miliardi) i proprietari rifiutano il consenso. Motivo? Una clausola della legge che obbliga i beneficiari a riunirsi in cooperative: i contributi vanno, infatti, non alle singole aziende private, ma a cooperative di contadini e pastori.

Sulle motivazioni del rifiuto, il paese è spaccato in due: diciannove assemblee popolari, tenute in piazza come ai bei tempi dei Comuni, non hanno fatto cambiare idea ai proprietari. Gli amministratori comunali non sanno più che pesci pigliare, hanno fatto intervenire anche la Tv all'ultima assemblea, ma invano.
Parliamo con il vicesindaco Nicolino Accorrà, indipendente di sinistra, e con l'assessore Leonardo Tedde (Pci).
“A dire il vero - ammette il primo -, qualche ragione i proprietari ce l'hanno. Pesa su di loro il brutto ricordo della riforma agraria del 1950, allorché i terreni furono distribuiti con criteri clientelari non a chi voleva lavorare la terra; ma a chi intendeva sfruttarla affittandola ai mezzadri. Molte aziende, inoltre, oggi rendono discretamente, favorite dalla attuale congiuntura e i proprietari non vedono la ragione di cambiare le cose quando vanno bene. Infine, molti temono di non poter trasmettere in eredità ai propri figli le terre, una volta che siano consociate nelle cooperative”.

“Per me - dice Tedde - sono i grossi proprietari a influenzare i minori. Presi a tu per tu, sono in maggioranza favorevoli al progetto; poi, al momento di decidere, si tirano indietro. Parecchi sono anche male informati sulla legge. Per il momento, comunque, non si vede una via d'uscita. Il piano fallirà e Chiaramonti perderà i miliardi che potrebbero consentirgli di migliorare la propria struttura produttiva”.

Il progetto di valorizzazione agro-pastorale, secondo i politici, bloccherebbe l'esodo delle forze di lavoro, e spingerebbe i giovani a tornare ai campi.
“Oggi - precisa Accorrà - in campagna rimangono i vecchi, che arrotondano la loro pensioncina lavorando. I giovani preferiscono il sussidio di disoccupazione, non avendo garanzie di stabilità. Soltanto il sistema cooperativistico potrebbe assorbire manodopera stabile”.
La questione è dibattuta dalla gente, nei locali pubblici se ne parla. In un bar incontriamo Salvatore Sini, allevatore (45 ettari) e un carpentiere di 27 anni, Giovanni Truddaiu.
“A noi - dice Sini - l'idea delle zona agro-pastorale sta bene, a patto che non ci mettano le mani quelli dell'Etfas, l'ente di sviluppo che in passato qui ne ha combinate di tutti i colori. Vogliono obbligarci a dipendere per forza dai loro tecnici, quando potremmo arrangiarci da soli”.

Da Cagliari, l'Eftas smentisce: è solo un pretesto. La legge infatti prevede che si possano interpellare, in alternativa, tecnici privati, pagandoli coi finanziamenti regionali. A Chiaramonti sono male informati; l'Etfas, in questo caso, fa da capro espiatorio per le colpe di altri. O da paravento.

Per Truddaiu si tratta dello scontro di due diverse mentalità. Chi sta bene pensa per sé e degli altri non vuol sentir parlare. “Alcuni pastori – sostiene - si sono fatti la loro proprietà coi contributi della Regione e non hanno alcun interesse a cambiare. E poi sono contrari quelli che la terra la fanno lavorare agli altri, sfruttando il mezzadro. Con il progetto agro-pastorale le cose andrebbero diversamente. Sa che ci sono dei mezzadri che non hanno nemmeno la luce elettrica, né la strada per arrivare in casa? Mio suocero, per esempio, adesso è invalido, costretto a farsi aiutare dalle figlie di tredici e sedici anni. Ho chiesto di poter lavorare io al suo posto, ma il padrone si è opposto, perché sono troppo giovane. O forse perché sono comunista... Quello la terra non l'ha mai lavorata; di mestiere fa l'avvocato”.

Ognuno racconta la sua storia; non è semplice giudicare. C'è, per esempio, il caso di un novantenne che, da giovane, andò a Panama per lavorare alla costruzione del Canale. Tornato in Sardegna, coi frutti delle sue fatiche si comprò un podere. “Quello - commenta Sini - ha sudato una vita intera e corre ora il rischio di vedersi togliere per pochi soldi l'unica cosa che gli appartenga veramente. Bisognerebbe che la legge assicurasse un prezzo equo di acquisto per i terreni in caso di passaggio di proprietà alle cooperative. Invece, qui si va avanti coi coefficienti della legge De Marzi-Cipolla, che rendono una miseria. Purtroppo, tra coloro che fanno queste leggi, quasi mai si trova un conoscitore della campagna; solamente tecnici e burocrati. La base non viene interpellata”.

Giuseppina Truddaiu, marito e sei figli, lavora a mezzadria. La bicocca in cui vivono tutti e otto (tre locali) manca dei più elementari servizi igienici e della luce elettrica. Prima che arrivassero loro, l'Enel tagliò i fili perché il padrone si era rifiutato di pagare l'allacciamento. “La zona agro-pastorale - dice - per noi significherebbe un'esistenza diversa. Voglio che le mie figlie lavorino qui, senza essere costrette a fare le serve in città per campare”.

Proprio al centro della costituenda "zona" c'è la tenuta di Pasquale Asproni, uno dei capifila del "no". Un personaggio che non ha peli sulla lingua e parla volentieri. “Vuol sapere come la penso? Sono favorevole alla legge, ma contrario al modo di attuarla. Io non voglio lavorare associato, in comunità. Mi sono fatto tutto da solo, a prezzo di duri sacrifici; non voglio essere inquadrato da nessuno. Cederò solo se una dittatura mi obbligherà”.

“Il Comune - insiste - ha sbagliato a dare la propria adesione al progetto senza interpellare prima i coltivatori diretti; ci ha trattati alla stregua di beduini. A un certo momento, abbiamo visto arrivare i signori dell'Etfas a delimitare i terreni prescelti per incarico della Regione. Come tecnici, quelli saranno anche bravi; ma appartengono allo stesso ente che ha rovinato la nostra agricoltura, ai tempi della riforma del 1950, quando regalarono le terre a chi non le lavorava. Vogliono rubarci altre terre; non ne hanno commercializzate abbastanza?”.

Si affaccia alla finestra. “Guardi là fuori - dice -; ho creato la mia azienda quasi dal nulla. Settanta ettari. Quando ci arrivai, nell'ottobre 1967, mi dissero: non farti illusioni, potrai tenerci al massimo una sessantina di pecore. Io invece ci credevo. Abbiamo dormito quattro anni in una stalla, stavamo peggio dei maiali; poi un giorno chiamai un tecnico, gli feci studiare un progetto. Dopo quattro anni ottenni i contributi della Regione. Allora cominciarono a invidiarmi; dicevano che io alla Regione avevo gli appoggi. Avevo soltanto tanta voglia di fare; a me i quattrini li ha dati la legge, che vale per tutti, perché avevo realizzato qualcosa. Nessuno mi ha mai regalato niente”.

Si accalora, spalleggiato anche dalla moglie e dal consenso tacito dei figli: “I pastori che c'erano prima di me si accontentavano di vivere in un tugurio. Io no. La miseria è di chi non vuole lavorare; non nasciamo tutti uguali, chi non gli piace lavorare tanto peggio per lui. Io oggi ho 250 ovini, 30 maiali e l'anno scorso avevo anche 22 bovini, che ho dovuto vendere perché non avevo terreno sufficiente”.

La terra a chi la lavora; Asproni è d'accordo. “Ma - dice - la tolgano a chi la sfrutta standosene in città, non a me. Fra l'altro, questa zona agro-pastorale a Chiaramonti non ha senso, queste terre sono già molto ben sfruttate, siamo uno dei paesi meglio attrezzati dell'isola, dal punto di vista agricolo. Non è poi che il progetto regionale possa fare miracoli; se c'è qualcuno che fa la fame, le dico che i barboni ci sono anche a New York... Io ho sventrato, dissodato, recintato queste terre con le mie mani, le ho ripulite dai sassi, ho dato lavoro a un sacco di gente. Ad Asproni non dicevano di no, perché Asproni andava a prenderli e li riaccompagnava a casa con la macchina e li ha sempre pagati bene; a volte anche anticipato. Se ci si mettesse insieme, come vogliono, vedrei i miei sacrifici andare in fumo. Ai giovani di oggi faticare piace poco, vogliono solo i soldi; se arrivano quelli ci contagiano tutti, non lavora più nessuno”.

Una soluzione? “Se la Regione - dice Asproni - vuol costruire le infrastrutture, le strade, le stalle, la luce elettrica, i laghetti collinari, i sili, faccia pure, noi siamo felicissimi, dimostreremo di saperne fare buon uso. Ma da soli. Se si è liberi, si rende il doppio...”.

Paolo Ruzzu, 10 ettari in affitto e 30 in proprietà, si dichiara né favorevole né contrario; ma in realtà è per il no. “Finché - dice - non conosco bene la legge, non mi pronunzio. Ognuno me la spiega a modo suo; le assemblee non hanno chiarito un bel niente. Comunque, non vogliamo essere comandati da nessuno; i sacrifici fatti non devono svanire”.
Ci mostra una capanna col tetto di canne, piena di formaggi. “Qui ho fatto il mio viaggio di nozze. Capisce cosa voglio dire?”.
C'è l'assessore Tedde con noi. Può dare spiegazioni. Il dialogo è breve. Il politico non ce la fa a convincere il pastore.
“Con un po' di milioni, questa zona potrebbe essere valorizzata molto meglio...”.
“Ah si? E come li spenderanno questi soldi?”.
“Creando infrastrutture per le cooperative... Ognuno lavora la terra sua, soltanto che alcune macchine sono in comune e le usano tutti...”.
“Cioè, io ho fatto i sacrifici, gli altri ne godono i frutti...”.
“I frutti li godono tutti, anche lei...”.
“Senta, anche dove la zona agro-pastorale l'hanno accettata, finora non hanno visto un soldo dei tanti promessi. Non capiterà come per il famoso ‘piano-carne’, i cui miliardi stanziati tanti anni fa ancora non sono arrivati? Le parole non mi convincono: ci vogliono i fatti”.
Degli oltre 3 miliardi stanziati, a beneficiarne per prima sarà probabilmente la zona agro-pastorale di Nulvi, appartenente al medesimo comprensorio amministrativo di Chiaramonti. A Nulvi i proprietari hanno dato il loro assenso.
“Tra qualche anno, dicono i chiaramontesi senza alcuna invidia, ci confronteremo e vedremo chi aveva ragione”.

Una scommessa aperta, la posta è il futuro di questa gente.

Angelo Montonati

Le foto sono quelle pubblicate sul settimanale "Famiglia Cristiana"; nell'ordine:

1a - La pagina iniziale del servizio mostra l'allevatore Paolo Ruzzu, intervistato dal giornalista

2a - La famiglia di Pasquale Asproni, allevatori in regione "Pedru Pinna";

3a - L'assessore comunale Leonardo Tedde (in piedi) e il vice sindaco Nicolinio Accorrà:

4a - L'allevatore Salvatore Sini e l'operaio Gianni Truddaiu, intervistati dal giornalista ai giardini pubblici.

Ultimo aggiornamento Domenica 06 Settembre 2009 17:32
 

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