Home » Cronache del passato » Il signor Antonino Falchi – Terza e ultima parte

Immagini del paese

Chiaramonti panorama 25.JPG

Statistiche

Tot. visite contenuti : 9613072

Notizie del giorno

 
Il signor Antonino Falchi – Terza e ultima parte PDF Stampa E-mail
Valutazione attuale: / 6
ScarsoOttimo 
Martedì 09 Marzo 2021 11:12

Orologiaio e fotografo, era un uomo geniale ma, a volte, stravagante - Ricco d’inventiva e lettore attento della Bibbia e dei Vangeli, sebbene si proclamasse anticlericale convinto

di Carlo Patatu

M

a le scene più gustose cui mi fu dato di assistere si svolgevano nel cortile (suo e nostro), quando doveva fare il ritratto a un gruppo di famiglia.

Mia madre, che ormai sapeva bene come sarebbero andate a finire le cose, preferiva che, nella circostanza, andassimo a giocare altrove. Per non disturbare, diceva lei. In realtà non voleva che ascoltassimo gli improperi cui si sarebbe abbandonato immancabilmente quell’uomo, una volta perdute le staffe. Il che gli accadeva di frequente, in quei frangenti. Ma non sempre la volontà di mia madre veniva da me rispettata. Mi divertivo un mondo ad assistere a quelle sceneggiate.

Il copione era sempre uguale. Marito e moglie si presentavano in cortile con la prole. Vestiti a festa con l’abito buono. Il signor Antonino tirava fuori la solita sedia impagliata, un lenzuolo bianco, un tappeto e la sua vecchia macchina fotografica. Era questa una grossa scatola di legno chiaro montata su un cavalletto robusto, ugualmente di legno. La macchina aveva sul davanti un soffietto che, scorrendo su un binario, permetteva all’obiettivo di andare avanti e indietro per la messa a fuoco. Sul retro, oltre ai due oculari per osservare l’inquadratura, un telaio apposito contenente la lastra sensibile con supporto di vetro. All’interno, la scatola magica conteneva tre vaschette di lamiera zincata: due piccole per gli acidi rivelatore e di fissaggio; l’altra, più capiente, conteneva l’acqua del risciacquo. Insomma, un mini laboratorio fotografico in piena regola. Per maneggiare le lastre e le carte sensibili (trasferendole, al momento opportuno, da una vaschetta all’altra), il fotografo infilava le mani all’interno della macchina attraverso due fori circolari, posti uno sulla destra e l’altro a sinistra, protetti da mezze maniche di panno nero, che impediva alla luce di filtrare in quella camera oscura minuscola e portatile.

Semplice, no?

Dopo avere dispiegato il lenzuolo a servire da sfondo, legandolo a due chiodi già conficcati sul muro del garagiu[1], signor Antonino stendeva per terra il tappeto e vi collocava da una parte la sedia; poi piazzava la macchina fotografica alla giusta distanza. Quindi invitava la famigliola a disporsi in quella specie di teatro di posa allestito alla buona. La donna seduta e col figlio più piccolo sulle ginocchia; gli altri bambini in piedi accanto al padre che, standosene ritto e impettito, appoggiava una mano alla spalliera della sedia. Una volta composto il gruppo, il fotografo regolava la messa a fuoco e l’apertura dell’obiettivo. Dopo di che era pronto per lo scatto. Con la mano destra impugnava la pompetta ad aria che azionava l’otturatore; con l’altra il fischietto, strumento indispensabile per richiamare l’attenzione dei bambini. Che erano facili a distrarsi e che, invece, dovevano rivolgere lo sguardo verso l’obiettivo al momento giusto. Accadeva di frequente che, proprio quando ogni cosa era a posto, una nuvola passeggera coprisse il sole. Si doveva pertanto attendere il ripristino delle condizioni normali di luce. Dopo la ricomparsa del sole, capitava magari che uno dei bambini si trovasse fuori posto; o che uno degli adulti si fosse appena mosso. Tutto a monte, quindi. Si doveva ricominciare da capo.

Sulle prime, il signor Antonino faceva buon viso a cattiva sorte, dando fondo alle riserve della propria pazienza (piuttosto modeste, in verità) e limitandosi a borbottare qualcosa d’incomprensibile. Erano le prime avvisaglie della bufera che andava montando. Infatti, quando più tentativi erano andati a vuoto (per via delle nuvole o dei suoi clienti, poco importava), l’uomo finiva col perdere le staffe. E incominciava a sproloquiare. Come al solito, se la prendeva con quel brav’uomo di suo padre, morto e sepolto già da una cinquantina di anni. Continuava, imperterrito, a rimproverargli di non aver saputo contenere in undici le visite fatte al fonte battesimale della chiesa per battezzare i figli che già aveva messo al mondo. C’era tornato, invece, pure una dodicesima volta. Per tenere a battesimo proprio lui, signor Antonino, ultimo nato di quella bella famiglia patriarcale. E giù una serie colorita di espressioni risentite rivolte a quel padre imprevidente che, per quanto lo riguardava, aveva commesso l’errore imperdonabile di avere generato un dodicesimo figlio. Ma al solo scopo di farlo soffrire. A quel punto, i suoi clienti, visibilmente imbarazzati, incominciavano a sentirsi un po’ in colpa anch’essi, per cui timidamente gli chiedevano scusa per averlo incomodato e di avergli procurato tanto malumore. Ma alla fine quel vecchio brontolone si calmava, portava a termine l’opera e ridiventava l’uomo cortese e bonario di sempre.

Una volta, in occasione della festa delle Anime, il parroco fece venire in paese due missionari. Che, per tutta una settimana, svolsero una serie di meditazioni su problematiche di attualità, facendo ricorso all’espediente collaudato del dialogo. Uno dei predicatori, seduto dinanzi a un tavolino collocato al centro della chiesa, interpretava il ruolo del peccatore; l’altro, ritto sul pulpito, svolgeva la parte dell’uomo timorato di Dio e rispettoso delle sue leggi. Fra quegli attori si accendeva una disputa accalorata. Era finta, naturalmente; ma sembrava vera; e perciò appassionava i fedeli in ascolto. Questi, ovviamente, si riconoscevano più nel personaggio del peccatore che in quello del credente saggio e buon cristiano. Il quale, tuttavia, finiva sempre col prevalere sull’altro. Che era tanto barricadiero in prima battuta, quanto disponibile a lasciarsi convincere facilmente dalle argomentazioni dell’avversario, nel corso della discussione animata. A quel punto, il dialogo si trasformava in un monologo. Il missionario del pulpito, pur continuando a rivolgersi al proprio interlocutore seduto davanti al tavolino e ormai ridotto a un silenzio imbarazzato, per interposta persona faceva la morale ai fedeli in ascolto. Che assentivano col capo. Anche quando non comprendevano bene quello che il prete andava dicendo.

Ebbene, una sera il predicatore del pulpito commise un peccato di presunzione e osò sfidare l’uditorio. Chiese ai fedeli, tutti col naso all’insù, se per caso fra di loro non ci fosse qualcuno di parere contrario o che avesse qualcosa da obiettare su quanto era stato appena detto. Sapeva quel frate abile e astuto che nessuno avrebbe ardito proferire parola. Per antica consuetudine, chi frequenta la chiesa ha il dovere di ascoltare e basta. Anche in presenza di affermazioni stravaganti fatte dal predicatore di turno e sulle quali può non essere d’accordo.

Ma il signor Antonino non era persona da tenersi la mosca sul naso. C’era pure lui in chiesa, quella sera. Non come fedele; ma in veste di persona interessata alle questioni dibattute dai missionari. La richiesta del frate suonò come musica per le sue orecchie; un invito a nozze. D’istinto alzò la mano e, con l’indice puntato verso il pulpito, proclamò senza mezzi termini che le cose appena dette dal predicatore non erano vere. E ne spiegò la ragione. Brevemente.

I presenti rimasero sbigottiti, scandalizzati per tanto ardire. Più di tutti l’oratore. Che non riusciva a capacitarsi, essendosi trovato di fronte a una situazione per lui nuova, non prevista. Di certo, in quella circostanza potevano esserci (anzi, c’erano senz’altro) altri fedeli che stavano dalla parte di signor Antonino. Ma nessuno di loro ebbe il coraggio di pronunciarsi. Il parroco Dedola[2] si era alzato di scatto in piedi, a scrutare l’uditorio con occhi di fuoco. Era indignato. Quel prete non transigeva in alcun modo: o con lui o contro di lui. Non poteva esserci una via di mezzo. Pertanto tutti i presenti, nel mugugno generale, si limitarono a condannare la sortita dell’orologiaio. Il quale, a ben vedere, aveva l’unico torto di essere stato il solo ad appellarsi proprio a quella ragione che il buon Dio, come amavano sottolineare i preti, aveva dato in dono all’uomo per distinguerlo dagli altri esseri viventi. Per dirla in soldoni, aveva fatto funzionare il proprio cervello, invece di portarlo all’ammasso.

Ma quell’uomo stravagante e geniale non si risentì più di tanto. Era soddisfatto per avere espresso pubblicamente il proprio pensiero. In piena libertà, con tono cortese e fare educato. Senza trascendere, né recare offesa ad alcuno. Sapeva in cuor suo di essere stato il primo, in paese, (e sono buon testimone che finora è rimasto l’unico), ad avere osato contraddire in pubblico un prete. In una chiesa affollata e durante una manifestazione liturgica.


3 – fine


Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 163-173.



[1] Cfr. Il tenente dei carabinieri, pagina 86.

[2] Cfr. Su Vicariu, pagina 32.

Ultimo aggiornamento Martedì 09 Marzo 2021 11:38
 

Aggiungi un commento

Il tuo nome:
Indirizzo email:
Titolo:
Commento (è consentito l'uso di codice HTML):