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Il comizio del maresciallo Unali – parte prima PDF Stampa E-mail
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Lunedì 22 Marzo 2021 11:15

Un oratore improbabile mandato allo sbaraglio da un gruppo di studenti burloni per animare la campagna elettorale in vista delle prime elezioni del dopoguerra

di Carlo Patatu

I

n paese, la notizia di una possibile fine della guerra era stata salutata da manifestazioni di giubilo. Fin dalla sera dell’8 Settembre 1943. Alla radio Badoglio aveva appena finito di annunciare la firma di un armistizio con le truppe alleate e già la gente era scesa in piazza di chiesa a festeggiare. Tutti si abbracciavano, già prefigurando il ritorno imminente dei tanti chiaramontesi richiamati alle armi e sparsi per ogni dove.

Ma, a raffreddare gli animi, erano intervenuti subito il dottor Giulio Falchi[1], il dottor Costantino Arru[2] e zio[3] Antonio Luigi Budroni[4]. Lettori attenti dei pochi giornali che circolavano in paese, essi sapevano bene che la firma dell’armistizio non significava necessariamente che la guerra era finita. Come di fatto accadde. In ogni caso, la gente aveva avvertito che il clima era cambiato; che c’era per l’aria qualcosa di nuovo. Pertanto l’occasione sembrava propizia per dar fondo alle pur modeste risorse delle cantine padronali e brindare in allegria.

Un paio d’anni più tardi, giunse la sospirata notizia che la guerra era proprio finita. Quindi assistemmo al ritorno dei militari dalle diverse zone di combattimento e dai campi di prigionia. All’appello ne mancavano parecchi, caduti in patria o in Paesi lontani. Chiaramonti li pianse, celebrò funzioni solenni in loro memoria, depose corone di fiori sul monumento ai caduti e sulla tomba dei combattenti già esistente in cimitero. Dopo di che, la vita riprese col ritmo sonnacchioso di sempre. Ma con in più la speranza di poter guardare al futuro con un minimo di ottimismo. Il peggio pareva passato.

Il 1946 fu l’anno delle prime consultazioni popolari: le amministrative per l’elezione del consiglio comunale, il referendum per scegliere fra Monarchia e Repubblica, le politiche per eleggere l’Assemblea Costituente. Ma la battaglia vera, quella che contava, la si combatté in occasione delle politiche del 18 Aprile 1948. Quelle che dettero alla neonata Repubblica il primo Parlamento bicamerale eletto a suffragio universale. Pure le donne avevano ottenuto il diritto di voto.

I partiti, riorganizzatisi anche da queste parti, non mancavano di attivarsi col massimo impegno per convogliare consensi nelle rispettive liste elettorali. Nella circostanza, la chiesa locale, grazie soprattutto al parroco dottor Dedola[5], al viceparroco don Masala[6] e al canonico chiaramontese monsignor Grixoni[7], fu molto attiva nel sostenere i candidati democristiani e nell’osteggiare quelli del Fronte Popolare (Pci e Psi). Inaspettatamente, a Chiaramonti il referendum aveva visto prevalere i repubblicani sui monarchici, per cui il clero locale aveva una ragione in più per stare all’erta e per non abbassare la guardia.

Io, che all’epoca ero un chierichetto obbediente e con la tessera dell’Azione Cattolica, vedevo nei comunisti l’orco delle favole. E ne avevo segretamente paura. L’idea che i rossi avessero la pessima abitudine di mangiare i bambini m’induceva a ritenerli capaci di commettere nefandezze indicibili e ogni genere di bruttura. Tanto mi era stato inculcato fin dalla scuola elementare. La Chiesa aveva fatto il resto. Per tacere di taluni manifesti elettorali, che dipingevano i frontisti come orchi feroci e famelici. Insomma, gente da tenere alla larga.

In quel fervore di attività, non potevano mancare i comizi. Che, in paese, si tenevano soprattutto in piazza San Matteo, più nota come Carrela ‘e cheja[8]. In assenza di microfoni e altoparlanti, naturalmente. Se l’oratore aveva una voce squillante, bene. Se no, peggio per lui. Ma c’era pure da fare i conti con la disponibilità di una tribuna, dalla quale rivolgersi al popolo. Di solito, l’oratore si affacciava a una finestra oppure arringava la folla da un poggiolo. Ma ciò non era possibile sempre, dovendosi tenere nel debito conto le idee politiche del padrone di casa. Che non era affatto disponibile a ospitare comizianti che la penassero diversamente da lui. O da qualcuno dei notabili del luogo cui egli si sentiva legato. In tal caso, uno sgabello, una sedia robusta o un tavolino da bar risolvevano ugualmente bene il problema.

Ma, agli occhi della gente semplice di quel tempo, il disporre di un balcone in piazza conferiva all’oratore maggiore credibilità e prestigio. Se era vero che l’abito, checché se ne dicesse, continuava pur sempre a fare il monaco, era altrettanto vero che la finestra o il balcone al quale si affacciavano i politicanti contribuivano a rendere più attendibili le idee che essi andavano divulgando. In breve, oltre che dalle proprie capacità oratorie, quei furbacchioni traevano vantaggio anche dal prestigio della famiglia che li ospitava.

All’epoca era comparso nel panorama politico nazionale il partito dell’Uomo Qualunque. Fondato dal commediografo campano Guglielmo Giannini[9], ebbe grande successo ma vita breve. Quel movimento intercettava malumori, aspirazioni e desideri, anche i più strampalati, che la ventata di ottimismo di quegli anni non mancava di alimentare. Soprattutto nelle fasce deboli dell’elettorato. Giannini e i suoi accoliti promettevano di tutto un po’. A piene mani. L’importante era conquistare consensi nell’area degli ingenui e degli sprovveduti. Che erano tanti.

Fra i comizianti che giravano per le piazze dell’Isola, aveva acquistato notorietà un certo avvocato Marche, celebre oratore qualunquista venuto apposta dal continente a magnificare il nuovo paradiso terrestre che il partito dell’Uomo Qualunque s’apprestava a realizzare a beneficio degli italiani. Elettori permettendo, ovviamente. E così l’avvocato Marche, con incrollabile sicumera, andava promettendo ai sardi cose strabilianti, compresa la costruzione di un fantomatico ponte che avrebbe collegato Olbia con Civitavecchia. Un vero e proprio cordone ombelicale con la Penisola. Può sembrare strano, oggi; ma all’epoca furono in molti a cascarci. Infatti le liste dell’Uomo Qualunque fecero man bassa di voti ed ebbero una rappresentanza corposa in Parlamento.

Da qualche tempo, insieme a tanti altri soldati, era rientrato in paese anche Paolino Unali[10], destinato a diventare successivamente un personaggio, per via delle sue non poche stravaganze. Dico subito che, a proposito di stravaganze, si faceva passare per maresciallo, millantando promozioni sul campo per meriti acquisiti in battaglie di cui, a sentire commilitoni e amici, non aveva visto nemmeno l’ombra. Aveva operato sempre nelle retrovie quel buonuomo. Ma tant’è. In Italia, un titolo (cavaliere o dottore poco importa) non si nega a nessuno. E così il maresciallo Unali, con l’autorevolezza che gli derivava dal grado, si sbizzarriva a raccontare dappertutto episodi bellici mai accaduti e a sciorinare a un uditorio di curiosi (ma non creduloni) storie che lo vedevano immancabilmente nel ruolo di protagonista coraggioso e fiero.

La parlantina non gli mancava; come pure la propensione a esprimersi con frasi fatte e con parlare forbito. Che non gli appartenevano; ma che egli riusciva sovente a contrabbandare agli ascoltatori, ancorché scettici, come farina del proprio sacco. D’altronde, l’uomo era simpatico; e poi in lui non c’era malanimo. Ecco perché erano in tanti a far finta di credergli e a pregarlo caldamente di raccontare qualcosa; magari in compagnia di un bicchiere di buon vino, che il nostro maresciallo non rifiutava mai. Nei suoi discorsi, sempre a cascata, facevano capolino persino Leibniz[11] e Spinoza[12], Socrate[13] e Aristotele[14]. Dei quali nulla sapeva; ma i cui nomi, in qualche modo, gli parevano conferire autorevolezza ai suoi discorsi. Così credeva.


1 – continua

Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 177-184.



[1] Giulio Falchi, possidente chiaramontese (1900-1993) Per i suoi compaesani di allora, che non s’intendevano di arti liberali, era noto come s’Avvocadu; e cioè l’avvocato, sebbene non avesse mai esercitato quella professione, avendo preferito dedicarsi alla gestione delle aziende agro-pastorali di famiglia.

[2] Il dott. Arru era allora il veterinario comunale.

[3] Cfr. Il signor Antonino Falchi, pagina 101.

[4] Cfr. Suor Reverenda, pagina 20.

[5] Cfr. Su Vicariu, pagina 32.

[6] Cfr. Don Masala, pagina 53.

[7] Cfr. Don Christòvulu, pagina 93.

[8] Alla lettera, strada di chiesa.

[9] Guglielmo Giannini (1891-1960).

[10] Paolino Unali, nato a Chiaramonti il 1918, morì a Ploaghe nell’anno 2002; riposa nel nostro cimitero.

[11] Gotfried Wilhelm von Leibniz, filosofo  tedesco (1646-1716).

[12] Benedetto Spinoza, filosofo olandese (1632-1677).

[13] Socrate, filosofo ateniese (469-399 a.C.).

[14] Aristotele, filosofo greco (383-322 a.C.).

Ultimo aggiornamento Lunedì 22 Marzo 2021 11:28
 

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