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Prima Comunione in tempo di guerra PDF Stampa E-mail
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Domenica 06 Giugno 2021 00:03

Sconfiggendo con l’inventiva povertà e privazioni imposte dalla guerra, mia sorella Ida e io andammo in chiesa a prendere la Prima Comunione con abiti appropriati e molto eleganti

di Carlo Patatu

Ricorrendo la festa del Corpus Domini, oggi 6 Giugno si svolge la consueta cerimonia della Prima Comunione dei bambini in età fra i dieci e i dodici. In genere frequentano l’ultimo anno della scuola elementare o i primi della media.

Si tratta, da sempre, di una ricorrenza importante che mette in ambasce sia gli interessati che i rispettivi genitori e nonni. I primi perché arrivano all’appuntamento dopo una lunga e defatigante preparazione catechistica; i secondi perché devono provvedere a preparare abiti nuovi per sé e per i piccoli. Ma anche a offrire un pranzo lauto a parenti e amici. Il che, sia pure con le limitazioni imposte dalla pandemia in corso, comporterà soltanto un impegno di spesa straordinaria, delegando il tutto a uno degli agriturismi operanti in zona. Non tutti gli invitati potranno assistere alla funzione religiosa. La partecipazione alla messa sarà contingentata causa Covid.

Ebbene, anche in questa circostanza, il mio pensiero ha fatto un grosso salto all’indietro nel tempo, andando a ripercorrere quanto accadde quando mia sorella Ida e io facemmo insieme la Prima Comunione: Domenica 25 Giugno 1944. Anch’io, come gli altri bambini, avevo frequentato ogni domenica, al termine della messa dei ragazzi, le lezioni di catechismo impartite da una suora molto severa ed esigente. Non ce ne lasciava passare una.

All’epoca si poteva scegliere fra tre messe domenicali, tutte in ore antimeridiane. La prima, missa bascia[1], la si celebrava di buonora, alle sei e mezza. Vi partecipavano soprattutto persone anziane o che erano in lutto; ma anche chi poi doveva recarsi al lavoro, a casa o in campagna. La seconda, alle otto e trenta, era riservata ai bambini, missa de sos pizzinnos[2]. Alla quale seguiva un’ora di lezione di catechismo. La terza, missa manna[3], era celebrata alle dieci. A quell’ora andavano in chiesa i signori, le signorinette e, di conseguenza, i giovanotti. Che, nel corso della cerimonia, più che all’altare, rivolgevano sguardi furtivi e ammiccanti alle ragazze. Che ricambiavano di soppiatto.

Per il Corpus Domini, alla Prima Comunione dei bambini, manco a dirlo, era riservata sa missa manna, seguita dalla processione per le strade del paese.

Era in corso la guerra, che si sarebbe conclusa l’anno successivo. Pertanto c’era poco da scialare. La festa in casa, a cerimonia finita, si riduceva al consueto menu del pasto domenicale: minestra in brodo di pecora e carne bollita con patate, oppure cicioneddos con sugo di pomodoro e salsicce seguiti dall’arrosto. Per parenti e amici, un bicchierino di rosolio accompagnato da un amaretto e un biscotto da inzuppare in una tazzina di caffè d’orzo. Il tutto prodotto in casa. Dopo pranzo, i neo comunicati andavano per le case a chiedere perdono ai parenti, che ricambiavano con una mancia. sempre molto modesta.

Il problema che angustiava le mamme riguardava soprattutto l’abito bianco di rito. Erano anni di vacche magre, quindi c’erano pochi soldi in giro. Ma anche chi i soldi li aveva non poteva largheggiare gran che, data la limitatezza della scelta. Vestiario e scarpe non abbondavano nei negozi. Ci si accontentava di quel che c’era.

Nel caso mio e di mia sorella, la fantasia e l’inventiva di mia madre e di alcune sue amiche risolsero il problema in modo eccellente.

Devo dire che, stante la presenza in paese di un reggimento di soldati, in parte accampati e in parte accantonati, il Comune ci aveva requisito la stalla per farne il dormitorio dei tre cuochi addetti alla mensa, che funzionava nella chiesa del Rosario. Uno di quei tre giovani era sarto. Noi lo chiamavamo Barbetta per via del pizzo ben curato, di cui andava orgoglioso.

Ebbene, Barbetta disse a mia madre che, se gli avesse procurato una macchina per cucire e la stoffa, l’abito bianco con giubbetto e pantaloni lunghi per l’occasione me l’avrebbe confezionato lui. Presto fatto: una vecchia Singer a casa c’era. Mio padre, che era stato richiamato in servizio militare a La Maddalena, procurò una divisa da marinaio barattandola con un paio di forme di pecorino prodotto dai nonni Pulina-Murgia. E così in quell’occasione feci la mia bella figura, come del resto documenta la foto.

Per Ida provvide l’inventiva di Maria Caterina Falchi, figlia del signor Antonino di cui ho avuto modo più volte di parlare. Tirò fuori da un cassetto un paio di tende da finestra e, assistita da qualche amica, lavorò di fantasia e confezionò un abito che faceva la sua bella figura. Tant’è che, nonostante la nostra condizione economica fosse assai modesta, nella circostanza mia sorella e io fummo fra i più eleganti.

Infine, come ciliegina sulla torta, la mia zia Pia Dal Col Pulina fece stampare e ci regalò i ricordini dell’evento. Una vera e propria sciccheria. Come si legge sul retro dell’immagine, allora tutti mi chiamavano Carluccio. Di Primavere ne avevo otto, 77 anni fa.



[1] Messa semplice.

[2] La messa dei bambini.

[3] Messa solenne.

Ultimo aggiornamento Domenica 06 Giugno 2021 18:35
 

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