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Chentu concas, chentu berrittas! PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 09 Giugno 2021 19:44

Noi italiani siamo soliti complicarci l’esistenza anche quando non è il caso – Persino la modulistica, pur con la medesima finalità, differisce a seconda della struttura sanitaria, pubblica o privata che sia

di Carlo Patatu

A

proposito di burocrazia che ci rende l’esistenza impossibile e ci mette sempre più in affanno, sentite questa. È fresca di giornata e, pur trattandosi di una questioncella di poco conto, dà la misura dell’impresa immane di chi s’illude di portare a casa una qualsiasi riforma di semplificazione burocratica.

Bene.

Stamattina mi sono recato al Policlinico Sassarese per un’ecografia annuale di controllo. Sapendo che, per accedere alla struttura, dovevo compilare il modulo con la dichiarazione personale sull’assenza di malattie infettive in atto, ho scaricato da internet il modulo e l’ho compilato a casa. Ma, giunto all’accettazione col modulo e la tessera sanitaria a portata di mano, mi son sentito dire:

“Caro signore, non ci siamo; niente tessera sanitaria, ma un documento d’identità. Quanto alla dichiarazione personale, questa va ricompilata sul nostro stampato. Lei ha utilizzato quello dell’ATS (Azienda Tutela Salute)”.

- Ohibò! Ma che differenza fa? -”.

“Semplice: questa è una struttura privata, dove vigono disposizioni che possono differire da quelle vigenti nell’azienda pubblica”.

Naturalmente non ho replicato. Chi stava allo sportello non portava responsabilità alcuna, dovendosi attenere alle regole della Casa. Sono tornato indietro, ho ricompilato la dichiarazione. Dopo di che tutto è filato liscio. Esito dell’esame compreso.

Tuttavia non ho potuto fare a meno di riflettere su quanto noi italiani amiamo complicarci l’esistenza. Anche quando potremmo (dovremmo) farne a meno. E così ogni struttura, pubblica o convenzionata che sia, s’inventa uno stampato, che differisce soltanto nella grafica, dato che il contenuto, sia pure messo in pagina in forma differente, nella sostanza è il medesimo. L’ATS ha il proprio, come pure, probabilmente, l’AOU (Azienda Ospedaliera Universitaria) e, come ho detto, le strutture private, ancorché convenzionate.

Nessuno, a Cagliari, ha pensato di elaborare e mettere in linea un modulo unico, valido per tutti. E che, privo di un qualsiasi logo identificativo, contenga il solo questionario con gli spazi per data e firma. Tutto sarebbe più semplice. Chi volesse potrebbe scaricarselo a casa e presentarsi all’appuntamento col compitino bell’e fatto, senza perdere altro tempo, anche nella ricerca di una penna al momento introvabile.

Si tratta di una sciocchezza, una piccola cosa, direte voi. Ebbene sì, è una sciocchezza. Ma proprio le piccole cose stanno lì a testimoniare il nostro individualismo, la nostra tendenza a favorire le tortuosità, le complicanze, il peggioramento. Da qui le pene che dobbiamo patire ogniqualvolta abbiamo a che fare con qualche ufficio. Pubblico o privato, poco importa.

È chiaro che, con siffatta propensione, mi pare illusorio sperare che il Governo riesca a semplificare le regole in uso nella burocrazia nostrana, una macchina con le ruote sgonfie e quadrate. La “burocratosi” pare essere una malattia ormai cronicizzata che nemmeno le aziende sanitarie riescono a curare.

Est a chie si nde faghet: chentu concas chentu berrittas (ognuno fa quel che gli pare: cento teste cento modi di vedere le cose).

 

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