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La televisione a Chiaramonti – 1a parte PDF Stampa E-mail
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Domenica 27 Giugno 2021 12:51

Qui in paese la TV giunse prima che a Sassari, grazie all’intuito di un tecnico pervicace e geniale. Mario Budroni

di Carlo Patatu

A

Chiaramonti la televisione arrivò prima che altrove, in Sardegna.

Captando con un’antenna di fortuna le trasmissioni Rai direttamente da Roma.

Se ciò accadde, il merito è da ascrivere all’intelligenza e alla testardaggine di Mario Budroni. Commerciante abile e raffinato, tecnico intraprendente e geniale. Correvano gli anni Cinquanta del Novecento e la cosa lasciò tutti a bocca aperta. Né poteva essere altrimenti. D’altronde, questo evento straordinario, all’epoca, aveva un po’ il sapore del miracolo. Credo valga la pena raccontarlo. Certamente a beneficio dei più giovani; ma anche per rinfrescare la memoria a quelli della mia generazione. Che un po’ la vanno perdendo, la memoria. E non solo per ragioni anagrafiche, purtroppo.

Dunque, Mario Budroni.

Nato nel 1926, ebbe l’opportunità di proseguire gli studi oltre le elementari. Fino allo Scientifico. A Sassari. Apparteneva a famiglia agiata e l’intelligenza non gli faceva difetto. Superò agilmente la scuola media e frequentò un po’ di liceo. Ma non giunse alla maturità: ragioni di salute (le stesse che poi lo porteranno alla tomba in giovane età) gli si misero di traverso. Antonio Luigi, suo padre, commerciante di caratura notevole, allevatore accorto e imprenditore d’avanguardia, fu sindaco di questo Comune dal Novembre 1921 all’Aprile 1926. L’ultimo eletto nella stagione liberale. Dopo di lui, col regime fascista già in corso, iniziò la lunga serie di commissari prefettizi e podestà di nomina governativa. Era uomo avveduto e di vasta esperienza. Emigrato per alcuni anni a Panama nel primo Novecento per lo scavo del canale, era tornato a casa con un discreto capitale e un bagaglio d’idee che non tardò a mettere a frutto. Segnatamente nei campi del commercio e dell’imprenditoria. In società col compaesano Mario Rottigni fondò la ditta Budroni & Rottigni. Che, nella seconda metà degli anni Venti, portò l’energia elettrica a Chiaramonti, gestendone la distribuzione fino ai primi anni Sessanta. Fino a quando, cioè, l’azienda fu ceduta alla Ses (Società Elettrica Sarda), confluita poi nell’Enel a seguito della nazionalizzazione. In quegli anni, la ditta Budroni & Rottigni mise su un mulino elettrico per i cereali e un frantoio per la produzione dell’olio d’oliva. Mio padre ci lavorò fin dal primo giorno (e per quasi quarant’anni) come elettricista e mugnaio. Ecco perché presso i Budroni io ero di casa.

La madre di Mario, Felicina Quadu, gestiva un negozio ben avviato: vendeva con successo generi alimentari. Ma non solo. Sugli scaffali stavano in bella mostra anche matasse di cavi elettrici a treccia con relativi isolatori di porcellana, interruttori, nastro isolante, lampadine e quant’altro poteva occorrere per la messa in opera degli impianti domestici. Di quell’emporio ricordo ancora il profumo inebriante dei ragù che zia Felicina preparava nella sua cucina, ricavata nel retrobottega. Appena dietro la scaffalatura a cassetti con vetrina, contenenti la pasta, lo zucchero e il riso. Che si vendevano sfusi. Gli ordini di misura, a seconda dei casi, erano unu chìlu, mèsu chilu, una lìbera, un’ùnza[i] e così via. Quella donna infaticabile riusciva a contemperare in modo egregio le esigenze della casa (la cucina in particolare) e della clientela, numerosa e affezionata.

Mario Budroni era figlio d’arte. Lasciati gli studi liceali, si dedicò alla gestione dell’azienda paterna, guidandola con piglio deciso e moderno, puntando subito all’innovazione. Fu sua l’iniziativa d’installare macchinari di nuova generazione nel mulino e nel frantoio, con motori più potenti e meno rumorosi. Come pure sua fu l’idea di portare la luce elettrica fino al neonato quartiere di Codìnas[ii], separato dal centro storico da poche centinaia di metri de istradòne[iii] e del tutto privo di servizi. Suo padre, che pure non era d’accordo, gli lasciò mano libera. Era evidente che ne subiva il fascino. Vincendo la riottosità del sindaco cav. Nino Brandano, Mario riuscì a dotare l’illuminazione pubblica dei primi due fanali stradali con tubi fluorescenti al neon. Uno sospeso al centro di piazza Repubblica (installato a spese del Comune), l’altro in Carrèla ‘e Chèja (a spese proprie).

Poi, sia pure con molto tatto e con la dovuta gradualità, mise mano al negozio di sua madre, trasformandone a poco a poco la connotazione originaria. Accanto agli scaffali che esponevano spaghetti, bucatini e còstas de sèllaru[iv] fecero la comparsa i primi apparecchi radio, giradischi e registratori. Più tardi, televisori, frigoriferi, cucine elettriche e a gas.

Un salto epocale. Una mutazione vera e propria.

Resistette invece la cucina. Che zia Felicina continuò a presidiare con puntiglio, lasciando ogni cosa dov’era. Ivi compresi gli effluvi sempre invitanti dei suoi soffritti; che, sprigionandosi dai fornelli, continuavano a diffondersi fra gli espositori, i banconi, i cavi elettrici e le cassettiere. I clienti se ne andavano con l’acquolina in bocca. Suo figlio non mancò di avanzare timidi tentativi di sfratto da quello spazio, per lui vitale, ma gestito con autorevolezza da sua madre. Che, sebbene stravedesse per lui, seppe resistergli ed ebbe partita vinta. Quella cucina sopravvisse a Mario e sparì insieme a zia Felicina.

Su quegli scaffali comparvero anche i primi dischi in vinile, i mitici microsolco a 33 giri. Che mandarono definitivamente in soffitta i vecchi e cari grammofoni a molla. E, con essi, i vetusti e ingombranti dischi a 78 giri. Imparammo così a gustare l’ebbrezza del suono pulito, grazie anche alle trasmissioni radio non più in onde medie e corte, ma in FM (modulazione di frequenza) e agli apparati ad alta fedeltà con due canali. Toni bassi e acuti da regolare separatamente. Una goduria.

1 – Continua

Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. EsseGi, Perfugas 2016, pagg. 227-237.



[i] Un chilogrammo, mezzo chilo, una libbra (400 grammi), un’oncia (poco più di 30 grammi, pari cioè a 1/12 di libbra, stava a indicare una piccola quantità. Un’unza e mesa era pari a mezzo ettogrammo).

[ii] Noto anche come Sa Rughe, e cioè La Croce.

[iii] La strada statale Martis-Ozieri che attraversa il paese.

[iv] I rigatoni.

Ultimo aggiornamento Martedì 29 Giugno 2021 09:46
 

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