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La televisione a Chiaramonti – 2a parte PDF Stampa E-mail
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Martedì 29 Giugno 2021 09:36

Qui in paese la TV giunse prima che a Sassari, grazie all’intuito di un tecnico pervicace e geniale: Mario Budroni

di Carlo Patatu

I

n quella bottega si faceva anche salotto. Ci si intratteneva a scambiare quattro chiacchiere, in particolare nel tardo pomeriggio e la domenica mattina. Prima, durante e dopo mìssa mànna[i].

Mario ascoltava le chiacchiere dei propri ospiti, ma continuando a trafficare con resistenze, valvole e condensatori. Interveniva nella conversazione di tanto in tanto. A spizzico e bocconi, non volendo distrarsi. Zia Felicina ci offriva un bicchiere di buon vino. Talvolta persino il caffè. Mario, che dal padre aveva ereditato un’abilità straordinaria nell’arte del commercio, coglieva ogni opportunità che gli si presentava. E poiché il danaro contante non gli mancava, vendeva a credito. Senza cambiali, sulla parola.

Càndho pòdes mi lu pàgas. Pènsa a su salùdu!...”[ii].

Questo il suo motto. Chi mai poteva resistere a una profferta del genere? Fu così che apparecchi radio, televisori, giradischi e frigoriferi entrarono nella maggior parte delle case di Chiaramonti.

Il ripetitore Rai di Limbàra era ancora nel grembo degli dei. Anche se i giornali non mancavano di annunciare che “presto” la televisione sarebbe sbarcata in Sardegna. E che, pertanto, pure i pelliti isolani e isolati avrebbero visto Lascia o raddoppia, il telegiornale e il resto dei programmi televisivi. Trasmessi in bianco e nero, ovviamente. Del colore non si conosceva ancora l’esistenza. Per la Rai, allora, il problema tecnico più arduo da risolvere era quello del collegamento con la nostra isola. La distanza minima dal Continente (236 chilometri fra Monte Argentario e Monte Limbàra) non garantiva la condizione di visibilità ottica indispensabile a consentire l’aggancio di un ripetitore.

Un bel giorno, La Nuova Sardegna pubblicò con grande evidenza la notizia che il tecnico sassarese Carlo Griscenko riceveva la televisione direttamente da Roma. Una folla di curiosi si accalcò subito davanti alla vetrina del suo negozio, nel vecchio grattacielo (oggi il locale ospita la profumeria Bonino). Ma che delusione! In realtà, attraverso un’antenna amplificata montata sulla terrazza dell’edificio, della televisione giungeva a Sassari soltanto il sonoro. Che quel tecnico avveduto e fantasioso faceva passare attraverso un oscilloscopio. Il quale, appunto, mostrava su uno schermo le oscillazioni prodotte dalle onde elettromagnetiche che “trasportavano” le voci e i suoni. Ma non anche le immagini.

Tutto qui? Tutto qui.

Mario Budroni, che di queste cose s’intendeva non poco, pensò subito che, se a Sassari si captava il sonoro, a Chiaramonti, a quota 500 metri sul mare o giù di lì, si poteva ottenere qualcosina di più. Agganciare il video, oltre che l’audio, poteva (doveva) essere possibile.

Detto fatto.

Chiese in prestito all’amico Battista Falchi, meccanico e idraulico, alcuni spezzoni di tubo metallico. Di quelli robusti utilizzati per la rete idrica dell’abitato. Li collegò fra loro e ne ricavò un palo di una dozzina di metri. Grazie a un manipolo di volenterosi, ci piantò in cima un’antenna “ad alto guadagno”, lo dotò di tre tiranti e lo fece issare a Su Mònte ‘e Chèja. Proprio dietro la casa di tìu Peppèddu[iii] Cossiga. Che si offrì di buon grado di ospitare in paese il primo televisore.

L’impresa, di per sé non facile, si rivelò più ardua del previsto. Anche perché c’era da fare i conti con le condizioni atmosferiche. Soprattutto col maestrale, che a Chiaramonti è di casa e a Su Mònte la fa da padrone. Messo in piedi il palo e ancoratolo saldamente a terra con tiranti robusti, un “pilota” agiva su due bielle d’automobile fissate al tubo ad altezza d’uomo, facendolo ruotare lentamente da una parte o dall’altra. Direzione Roma. Gli ordini giungevano col passaparola dal “comandante” Mario Budroni. Che continuava a smanettare sulla manopola del sintonizzatore standosene dentro casa, una trentina di metri a valle, in una stanza che fungeva da cabina di comando. Come in un sommergibile.

Quel tira e molla andò avanti per più giorni, alla ricerca della rotta giusta che consentisse di catturare il segnale (flebile) proveniente d’oltremare. Prova e riprova, dopo infiniti aggiustamenti, alternati da uno scoramento che lasciava intravedere la temuta sconfitta, tanta pazienza ebbe il premio. Sullo schermo da 23 pollici di un Grundig monumentale cominciò a diradarsi la nebbia che vi compariva con insistenza da giorni e giorni. Finché, anticipata da suoni e voci finalmente intelligibili, come in una dissolvenza si materializzarono le immagini. Non erano un gran che in fatto di nitidezza; ma tanto bastava. Era fatta. Quale emozione! Un applauso liberatorio salutò quell’evento. Cui, insieme a pochi altri, ebbi il privilegio di assistere. Di Mario Budroni ero buon amico. Tìu Peppèddu tirò fuori un fiasco di vino e offrì da bere a tutti. Di quel fatto storico si sentiva (e in effetti lo era) parte importante.

Qualche anno dopo entrarono in funzione i ripetitori di Monte Limbàra e Bàdde Ùrbara. La Sardegna, almeno per la televisione, non era più un’isola. La Rai annunciò che quel collegamento sarebbe stato inaugurato ufficialmente la notte di San Silvestro del 1956. Fu così che la sera del 31 Dicembre di quell’anno Mario Budroni allestì un palchetto davanti alla porta del negozio, in Carrèla ‘e Chèja. Ci piazzò un televisore che, alle venti in punto, diffuse il primo programma irradiato dall’antenna di Limbàra. Con immagini nitide, finalmente. Fummo in molti ad affollare la piazzetta. Vedemmo comparire sullo schermo l’annunciatrice storica Fulvia Colombo che annunciava il telegiornale letto dal mitico Riccardo Paladini. A seguire, l’indimenticabile Carosello, straordinario contenitore di spot pubblicitari memorabili che fecero epoca.

La serata fu movimentata da un evento singolare e imprevisto. Placido Soddu[iv], autotrasportatore che abitava in quella piazza, parcheggiava solitamente il proprio camion accanto alla chiesa, di fronte al negozio dei Budroni. Una ventina di persone ci si arrampicarono, sistemandosi in piedi sul cassone per assistere più agevolmente allo spettacolo. Storico ed eccezionale a un tempo. Dopo avere cenato, Placido s’infilò alla chetichella nella cabina di guida, mollò i freni e, a motore spento, discese la via San Matteo. Fino allo stradale.

Lascio immaginare le scene di panico di quegli spettatori, divenuti loro malgrado viaggiatori. Ritenevano di essersi guadagnato un posto privilegiato, un palco in prima fila. Invece si ritrovarono sballottati sul cassone del camion. Che, oltre tutto, credevano privo di guida. Imboccata piazza Repubblica, l’autista avviò il motore e, senza fermarsi, portò tutti in garage, a Lìttu. Qui si fermò, “liberando” così i passeggeri. Più morti che vivi per lo spavento. Furono in molti a mandarlo a quel paese, mentre lui se la rideva alla grande. Allora ci si divertiva anche così.

2 – Continua

Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. EsseGi, Perfugas 2016, pagg. 227-237.



[i] La messa solenne, che solitamente si celebrava alle dieci. A mezzogiorno, infatti, tutti sedevamo a tavola.

[ii] Pagherai quando ti farà comodo; pensa alla salute!...

[iii] Diminutivo di Giuseppe.

[iv] Cfr. Supra, pagg. 00-00.

Ultimo aggiornamento Martedì 29 Giugno 2021 09:46
 

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