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La televisione a Chiaramonti – 3a e ultima parte PDF Stampa E-mail
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Qui in paese la TV giunse prima che a Sassari, grazie all’intuito di un tecnico pervicace e geniale: Mario Budroni

di Carlo Patatu

I primi televisori furono appannaggio di poche famiglie. Che, oltre a essere facoltose, erano pure illuminate: i Madau, i Bajardo, il medico condotto dottor Catta, i Rottigni e pochi altri.

Successivamente fecero la comparsa in un paio di bettole, subito prese d’assalto fin dal pomeriggio, sebbene la messa in onda avesse inizio soltanto alle venti. Genitori, nonni, figli e nipoti, seduti o in piedi non importava, se ne stavano davanti al televisore per ore, secchi e pesti. Sino alla fine delle trasmissioni. Qualunque fosse il programma. Importava unicamente guardare quanto compariva su quella finestra magica che era lo schermo.

Quindi il televisore entrò nelle sedi di partito. La prima a dotarsene fu quella dei monarchici di Alfredo Covelli. Segretario di sezione era tìu Paulantoni Pinna, simpatico e rinomato barbiere, oltre che edicolante[i]. Poi, in occasione del festival di Sanremo 1958, vinto da Domenico Modugno con Volare, un videoproiettore entrò trionfalmente nel cinema Fontana. Il proprietario tìu Farìcu[ii] Lezzeri, di solito parsimonioso e prudente quando si trattava di mettere mano al portafoglio e scucire qualche lira, si lasciò convincere facilmente da Mario Budroni a sborsare un capitale per l’acquisto di un apparato che proiettava sullo schermo gigante del cinema anche lo spettacolo tv. E così alle nove, finito Carosello, la proiezione della pellicola in programma si fermava per far posto a Telemacht, Campanile sera, Lascia o raddoppia e altri eventi straordinari, qual era appunto il festival di Sanremo. Manco a dirlo, la sala era sempre stipata di pubblico. Pagante.

Dopo l’entrata in funzione del ripetitore Rai sul monte Limbàra, il segnale tv coprì finalmente anche il nostro territorio. Ma... c’era un ma. I televisori costavano un occhio della testa. Pertanto, come ho già detto, avevano avuto accesso in poche case. Noi del volgo ci accontentavamo di assistere alle trasmissioni standocene all’aperto. In piedi, in Carrèla ‘e Chèja. Dove troneggiava stabilmente, davanti alla porta del negozio, un apparecchio tentatore, collocatovi apposta da Mario Budroni. Naturalmente, bisognava fare i conti col tempo atmosferico. Le trasmissioni iniziavano alle otto di sera e andavano avanti per circa tre ore. C’era pure chi resisteva impavido ai temporali, al freddo e al maestrale impetuoso, ammaliato da quella scatola magica che diffondeva suoni e immagini provenienti chissà da dove. Sempre in bianco e nero.

Ricordo che, in una serata di pioggia battente e vento forte, Mario ebbe l’idea geniale di collocare quel televisore all’interno della bettola di tìu Pizènte Bocèo, suo dirimpettaio. Inutile dire che gli spettatori vi si trasferirono subito e in massa. Da quel giorno in poi, già un paio d’ore prima dell’inizio delle trasmissioni, l’osteria registrava il tutto esaurito. Nessuno voleva perdersi lo spettacolo. Non solo gli uomini che frequentavano il locale d’abitudine, ma pure le donne e i bambini. Seduti o in piedi contava poco. Importava, invece, esserci. E poterlo raccontare.

La cosa andò avanti per qualche tempo. Con grande soddisfazione del gestore, che faceva affari. Ma una sera, sul più bello, si rifece vivo Mario Budroni. Voleva riprendersi l’apparecchio. Che, così disse agli astanti contrariati, aveva trovato un acquirente. Tìu Pizènte si oppose con fermezza. Quanto costa? Aperto il cassetto, pagò sull’unghia. Il televisore restò al suo posto e lo spettacolo poté proseguire.

Più tardi, molto più tardi, la televisione colonizzò anche le case delle famiglie comuni. E persino di quelle facoltose per niente illuminate. Il costo proibitivo degli apparecchi aveva rappresentato, a lungo e per i più, un ostacolo insormontabile. Infine, quell’apparecchio divenne di uso popolare. Tant’è che ebbe a condizionare pesantemente la nostra vita, modificandoci abitudini e linguaggio. Oggi, a distanza di oltre mezzo secolo dalla comparsa delle prime immagini tv a Chiaramonti, mi resta il ricordo di una stagione straordinaria. Di quando le novità, tutte le novità, erano foriere di stupore e fascino. Ora, smaliziati come siamo e adusi a districarci in un mondo in continua, frenetica trasformazione, stupore e fascino sono categorie che quasi non ci appartengono più. Soverchiati dall’indifferenza. E la cosa, lo confesso, non mi piace.

L’oggetto che destava interesse e curiosità maggiori, dopo il televisore naturalmente, era il registratore magnetico. Pareva incredibile che un nastro marroncino, scorrendo da una bobina all’altra, potesse catturare, conservare, ripetere suoni e voci all’infinito. Il che, pare ovvio, si prestava inevitabilmente a più d’uno scherzo. E ci fu chi non mancò di approfittarne. Con la complicità di Mario. Io fui tra questi. D’altra parte, il terreno era fertile: in paese i creduloni non mancavano nemmeno allora. Anzi!

Parallelamente alla radiotecnica, Mario coltivava la passione per la fotografia. Con la sua Rolleiflex professionale scattava istantanee, che sviluppava personalmente nella camera oscura allestita in un angolo riposto di casa sua. Dopo un po’ di tirocinio, attivò anche a favore del pubblico il servizio di sviluppo e stampa. Fu un’iniziativa originale per quel tempo. E che ebbe successo. I prezzi modici e la possibilità di avere il servizio a portata di mano, pagandolo pure con comodo, furono le carte vincenti.

Ma la cinta daziaria di Chiaramonti stava stretta a Mario Budroni. Che pensò di estendere la propria attività anche ai paesi circostanti. Terreno allora vergine e fertile per quel genere di commercio. Nel frattempo, frequentando un corso per corrispondenza, era diventato un bravo radiotecnico. Ed ecco che il negozio diede uno spazio maggiore a resistenze, valvole, condensatori, tester, oscilloscopi e altre diavolerie che lo aiutavano a individuare i guasti. E a porvi rimedio.

Si attivò nella ricerca di giovani intraprendenti; possibilmente con qualche nozione di elettrotecnica. Capaci, per dirla all’ingrosso, di conoscere i fondamentali per porre mano a un impianto elettrico. Anche modesto. Fu così che nominò propri rappresentanti a Martis, Laerru, Nulvi, Ploaghe, Perfugas, Tula, Oschiri, Osilo e Sassari. Li incoraggiò a metter su bottega, fornendogli la merce a pagherò e liquidando puntualmente le dovute provvigioni. Autorizzandoli pure a praticare alla clientela sconti e dilazioni nel pagamento. L’iniziativa andò avanti alla grande. Talune di quelle attività commerciali sono tuttora in esercizio. Col tempo, si sono estese pure ad altri settori. Una collaborazione, fruttuosa per entrambe le parti, che però s’interruppe bruscamente il 19 Settembre 1960. Quando Mario cessò di vivere pressoché all’improvviso, tradito dal cuore. Che gli faceva le bizze fin da quand’era ragazzo. Ma che ogni volta pareva riprendersi, dopo crisi sempre più frequenti e gravi. Aveva 34 anni. Nessuno raccolse la sua eredità, in questo paese. Che, in quel settore commerciale, divenne subito terreno di caccia del triestino-nulvese Gino Balzano, già stretto e prezioso collaboratore di Mario.

Pur con una differenza d’età di dieci anni, frequentai Mario Budroni assiduamente. Come amico e collaboratore. Mi dilettavo, allora, a fare l’elettricista. Il che mi fruttava bei soldini da spendere in autonomia, girando per l’Europa in tenda e sacco a pelo. Senza peraltro gravare sul bilancio modesto di mio padre. Mario mi forniva il materiale a credito, mi dispensava consigli, mi assisteva nelle difficoltà di ordine tecnico. Mi dava le dritte nel fare i preventivi. Più volte anch’io gli diedi una mano a installare antenne tv. In paese e fuori. Lui si arrampicava sui tetti. Io fissavo alle pareti il cavo da collegare al televisore. E, quando necessario, impiantavo le prese di corrente nel punto richiesto.

Che dire?

Guardo sempre con malinconia la lapide che, nella tomba di famiglia, ricorda quel caro amico. E spesso mi chiedo cos’altro mai avrebbe potuto fare, a beneficio proprio e del paese, se il fato non gli fosse stato tanto avverso assegnandogli un cuore malconcio e bizzoso.

3 – Fine

Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. EsseGi, Perfugas 2016, pagg. 227-237.



[i] Cfr. Supra S’arveri, pagg. 00-00.

[ii] Salvatore. V. Infra Su cìnema e su soziu.

Ultimo aggiornamento Giovedì 01 Luglio 2021 10:20
 

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