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Inglesi, bisogna saper perdere PDF Stampa E-mail
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Martedì 13 Luglio 2021 09:24

La spocchia e la puzza sotto il naso dei britannici messe in ginocchio dalla nostra Nazionale di calcio, che ha pure suscitato sentimenti identitari e di appartenenza nei tifosi e non solo

di Carlo Patatu

D

unque ce l’abbiamo fatta. Gli Azzurri sono giunti primi al traguardo facendo filotto; e cioè risultando sempre vittoriosi nel procedere con sapienza, coraggio e determinazione lungo il percorso a ostacoli concluso con la conquista della coppa europea.

L’ultima prova, certamente la più insidiosa e sofferta, chiamava i nostri a confrontarsi con i rocciosi britannici. Supponenti quanto mai e presuntuosi fino all’inverosimile, questi avevano il vantaggio di giocare in casa, sul mitico rettangolo di Wembley, sostenuti da una tifoseria schiacciatamene numerosa e partigiana.

Ma noi li abbiamo battuti ugualmente. Con pieno merito, stando a quel che dice chi se ne intende. Non m’inoltrerò sul terreno per me ignoto della tecnica calcistica. Solitamente non seguo le partite di calcio proprio perché non ci capisco un fico secco. Ma non manco mai di parteciparvi quando scende in campo la nostra Nazionale. Pur senza capirci granché, vi assisto con emozione. Come tanti altri, del resto.

A quanto pare, soltanto lo sport riesce a suscitare in noi italiani sentimenti identitari di affezione e di appartenenza. Nei giorni scorsi, guardando a Wembley e a Wimbledon ci sentivamo accomunati da certo idem sentire che, in altri settori, men che mai per la politica, non lo si registra proprio. Sì, è vero, guardando le partire o assistendo a una gara di Formula 1, ognuno di noi farebbe qualcosa di diverso da ciò che solitamente fanno i tecnici, gli arbitri e i giudici. Ma, alla fine, tutti gettiamo il cuore oltre l’ostacolo e ci identifichiamo con le gesta dei campioni di turno, stravediamo per il Tricolore e ci commuoviamo ascoltando o cantando l’inno nazionale.

Perché avviene ciò?

Io una risposta me la sono data. Non so se ci ho azzeccato; ma ve la espongo così come mi è passata per la testa. Nello sport, specie ai massimi livelli, o si è bravi o si sta a casa. Per chi non vale non c’è posto neppure in panchina. I brocchi e gli incapaci non fanno carriera sui campi di gioco. La selezione è naturale e severa. Se vali vai avanti, se no resti per strada. A fare altro. Quando Mancini delinea la formazione, non ha occhi di riguardo per i compari, i parenti, i figliocci, gli amici. Sono ben altri i parametri di cui tiene conto. Ve l’immaginate un armatore che al comando di una nave designa il figlio o un compare incapaci piuttosto che un capitano titolato?

In politica, ma anche in altri settori del pubblico e del privato, le scelte vengono operate con occhi e considerazioni diversi. Talvolta vergognosamente diversi. Da qui l’indifferenza montante, specie fra i giovani, per l’andamento della cosa pubblica e la considerazione scarsa verso chi se ne occupa. Che, a torto o a ragione, viene guardato solitamente con sospetto.

Tornando agli inglesi, non mi ha stupito il gesto plateale e da maleducato autentico di chi si è tolto di dosso con fare sprezzante la medaglia dei secondi, ritenendosi meritevole soltanto di quella destinata ai primi. Disconoscendo così l’ufficializzata superiorità dei vincitori. I britannici, cui vanno riconosciuti il senso del dovere e il rispetto per l’ordine, hanno perso male, facendo uno scivolone che resterà come una macchia vistosa nella loro storia sportiva. Non so come abbiano reagito i reali presenti alla partita, anch’essi vistosamente annichiliti da una sconfitta che non avevano messo in conto.

Un tempo Londra era a capo di un impero immenso, sul quale non tramontava mai il sole. Oggi il Regno Unito è una potenza di livello europeo e conta quel che conta. Ma i fantasmi del passato, e con essi la spocchia immensa mai dismessa, continuano ad agitare le coscienze dei sudditi di Sua Maestà. I quali continuano a considerarsi diversi e migliori degli altri, pur non avendone più tutti i meriti e i titoli. La recente batosta inflittagli da un drappello di italiani spaghettari e mandolinisti dovrebbe aiutarli a imparare a saper perdere e a prendere coscienza che i tempi dell’imperialismo sono finiti. Finiti!

Ricordate la storiella del vecchio di Dover? Avendo spalancato la finestra di primo mattino e visto che sul mare della Manica c’era una nebbia fitta, ebbe a dire: “Sul canale c’è la nebbia: l’Europa è isolata!”.

Capite? Era l’intero continente europeo e non lui a essere isolano e isolato. Ebbene, da quelle parti c’è ancora qualcuno che la pensa così. Brexit docet.

 

 

 

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