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C’era una volta sa Caddhura de Zaramonte – 1a parte PDF Stampa E-mail
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Domenica 28 Novembre 2021 18:51

di Carlo Patatu

M

i vergogno un po’ a dirlo: misi piede in sa Caddhùra ‘e Zaramònte[i] che avevo diciannove anni. Correva il 1955. Quando cioè, fresco di maturità magistrale, ebbi il mio primo incarico d’insegnamento.

Un corso modesto di scuola popolare per semianalfabeti. In località Tèttile, agro di Chiaramonti, a una quindicina di chilometri da casa mia. Non conoscendo l’esistenza di quella borgata rurale, pensai subito a Telti, presso Olbia. Fu il maestro Brau[ii], ch’era stato mio insegnante di quarta e quinta elementare, a chiarirmi l’equivoco. Non prima di avermi tirato le orecchie.

Sa Caddhùra, per noi chiaramontesi di paese, era quella parte di territorio comunale che, oltrepassato il rio Chirràlza, si estendeva fino a Su Montìju ‘e s’Ómine, costeggiando i confini territoriali con Ozieri e Tula a Est, con Perfugas a Nord. Estesa all’incirca tremila ettari e con una popolazione stabile di poco superiore ai trecento abitanti. A seguito della costituzione di Erula in comune autonomo nel 1988, quell’area non è più sotto la giurisdizione amministrativa di Chiaramonti.

Sia pure di malavoglia, accettai l’incarico e mi misi in cammino per raggiungere la mia prima sede di lavoro al soldo dello Stato. La costruzione della provinciale Chiaramonti-Erula, avviata nell’immediato dopoguerra, era rimasta a mezzo, bloccata per mancanza di fondi poco prima de Sa Tànca Brujàda. La progettazione della tratta restante fu ripresa di lì a qualche mese. Nella Primavera 1956, gli ingegneri Lamberto Cano e Antonio Virdis di Sassari, incaricati dalla Provincia, comparvero da quelle parti con strumenti, stadie e canneggiatori per rilevare le quote dei terreni da coinvolgere nel tracciato.

Una volta la settimana, di solito il Venerdì. Il lavoro dei due tecnici era seguito da una folla di curiosi. Anche perché un figlio dell’ingegner Cano, ufficiale pilota dell’Aeronautica Militare in servizio all’aeroporto di Alghero, nei giorni in cui suo padre era impegnato a Su Sàssu, non mancava di farci una capatina. In aereo, naturalmente. Con grande disappunto dell’anziano genitore, che stava in ambasce nel veder planare il caccia a volo radente lungo la vallata di Cannàlza e poi giù giù fino alla piana di Perfugas. Per poi risalire in cabrata diretto a Su Montìju ‘e s’Ómine e rifare il contropelo a querce e lentischi rituffandosi in picchiata in nel vallone angusto e non privo d’insidie.

Quel pilota morirà durante un’esercitazione qualche anno più tardi, tradito dal proprio aereo o, forse, da un eccesso di baldanza giovanile. Intorno ai due progettisti stazionava una folla di curiosi, composta soprattutto da chi, nella realizzazione dell’arteria, intravedeva la possibilità di trarre un qualche tornaconto in più del previsto. Personale ed egoistico. Mi riferisco ai proprietari dei tancati che il tracciato avrebbe lambito o attraversato. Naturalmente, ognuno si dichiarava favorevole al progetto. A parole. Pronto però a storcere il naso se il tracciato attraversava il proprio podere. Non nel mio giardino, dunque.

Ebbene tutto questo insieme di cose poteva accadere grazie a un intervento deciso dell’avvocato Battista Falchi, chiaramontese, già deputato all’Assemblea Costituente. Il quale, amico personale e collaboratore fidato di Antonio Segni, presidente del Consiglio dei Ministri dal 1955 al 1957, in aggiunta alle reiterate pressioni dell’erulese Antòn Pètru Brundu[iii], aveva rappresentato con efficacia al capo del Governo la situazione di disagio grave degli abitanti di Su Sàssu per via del mancato completamento della Chiaramonti-Erula. Tant’è che il presidente Segni, rientrando a Roma in aereo dopo un fine settimana trascorso a Sassari, chiese al pilota del velivolo militare di sorvolare a bassa quota le borgate rurali de sa Caddhùra ‘e Zaramònte. Poté così constatare, de visu, come stavano le cose. Qualche mese dopo, arrivarono in zona gli ingegneri. Con soddisfazione somma di quelle popolazioni, la strada fu portata a termine nella prima metà degli anni Sessanta.

Ecco perché, nel periodo di cui parlo, nessun autoveicolo era in grado di raggiungere le borgate chiaramontesi che ora afferiscono a Erula: Sàntu Giuseppe, Oluìtti, Barrastòne, Fustelàrzos, Ispiène, Tèttile, Cabràna, Su Mont’ju ‘e s’Ómine[iv]. Non possedendo nemmeno uno straccio di bicicletta, mi rassegnai a percorrere a piedi la distanza che separava quella scuola rurale dal paese. Non c’era altro da fare. Ritenendomi incapace di giungere da solo in quei luoghi a me sconosciuti, andando per sentieri impervi e scoscesi, attraverso boschi fitti e con un paio di torrentelli bizzosi (Chirràlza e Cannàlza) da superare a guado saltellando fra i sassi a pelo d’acqua, mi rivolsi fiducioso a una guida esperta e affidabile: tìu ‘Aìnzu Perinu, il procaccia rurale comunale che, quotidianamente, faceva il giro di quelle borgate a distribuirvi la corrispondenza.

Grazie ai buoni uffici di zìu Martìnu Brundu di Oluìtti, all’epoca consigliere comunale, mia madre si era assicurata la disponibilità di una famiglia a ospitarmi in regime di pensione completa. La lunghezza e la difficoltà del percorso non mi avrebbero consentito di praticare la pendolarità giornaliera fra Tèttile e Chiaramonti. Inoltre, trattandosi di un corso popolare, le lezioni dovevano svolgersi necessariamente dopo cena, fra le ore 19 e le 21,30. Dal lunedì al Venerdì. Il Sabato mattina tornavo in paese; nel primo pomeriggio del Lunedì rifacevo il tragitto inverso per rientrare a Tèttile. Due ore e mezzo di marcia. Generalmente in solitudine. L’importante, mi avevano raccomandato i miei padroni di casa, era viaggiare di giorno. Da quelle parti, muoversi di notte non era consigliabile. Per mille e una ragione che non sto qui a esporre. Accolsi la raccomandazione.

Fu così che ebbi modo di conoscere un mondo nuovo. Con gente del tutto diversa da quella che praticavo usualmente. Per indole, costumi, parlata e comportamenti. Non esagero: mi pareva di essere una sorta di Robinson Crusoe. Mi sentivo inizialmente un estraneo, un marziano calato in un ambiente, quello agro-pastorale, che non mi apparteneva e del quale fino ad allora avevo una conoscenza sommaria. Molto sommaria. Legata unicamente ai miei fine settimana trascorsi a Pilùchi[v]. Dove, da bambino, avevo soggiornato più volte presso i nonni materni. In una pinnetta straordinaria che sollecitava la mia fantasia di ragazzo e che tuttora ricordo con rimpianto.

La scuola di Tèttile era allogata in un magazzino disadorno, privo di volta, col tetto di tegole a coppi adagiate su un canniccio rustico, dal quale calavano all’interno folate di un’aria frizzantina niente male. A tenere buona compagnia agli spifferi provenienti da una porticina e da una finestrella. Entrambe sgangherate. Di riscaldamento nemmeno l’ombra. Ma che importava? Nessuno mostrava di darsene cura. Il pavimento in terra battuta presentava un piano irregolare, ondulato come il mare, con dislivelli che richiedevano la collocazione di cunei sotto le basi di appoggio dei banchi, ugualmente sconnessi, ciascuno con due posti a sedere su un piano unico e scrittoi singoli a ribalta. Per cattedra un tavolino tarlato e zoppo che, in epoca sicuramente remota, aveva conosciuto condizioni migliori. Alle mie spalle, una crepa diagonale feriva la parete e lasciava filtrare il fumo da una ziminèa[vi] che, manco a dirlo, era sempre in funzione nella casa adiacente.

In attesa che il Comune provvedesse a fornire la scuola di una lampada a gas, i miei alunni e io ci portavamo appresso una candela stearica a testa. Per oltre un mese lavorammo alla luce fioca di una ventina di fiammelle. Uno dei ragazzi, assorto nel risolvere un problema di aritmetica, una volta finì col bruciarsi il ciuffo di capelli che gli cadevano a cascata sulla fronte.

1 - continua


Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. Grafiche EsseGi srl, Perfugas 2016, pagg. 300-323.



[i] La Gallura di Chiaramonti.

[ii] Pasquale Brau, originario di Orotelli (NU). Cfr. CARLO PATATU, Su Mastru, in Scuola Chiesa e Fantasmi, ed Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 129-136.

[iii] V. infra.

[iv] Le cito nella dizione sardo-logudorese.

[v] Il tancato con l’ovile di mio nonno Salvatore Pulina, lungo la strada comunale Chiaramonti-Spurulò-Santa Giusta. V, infra a pag. ??.

[vi] Camino.

Ultimo aggiornamento Lunedì 29 Novembre 2021 10:22
 

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