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C’era una volta sa Caddhura de Zaramonte – 2a parte PDF Stampa E-mail
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Martedì 30 Novembre 2021 10:02

di Carlo Patatu

D

i giorno, dalle nove all’una, in quell’aula improbabile funzionava la scuola elementare. Con una sola maestra. Dalla prima alla quinta, gli scolari stavano tutti insieme, riuniti in una pluriclasse.

I bambini, che provenivano dai casolari del circondario distanti anche più chilometri, fruivano di un pasto caldo, al termine delle lezioni. Incaricata dal Patronato Scolastico, a prepararli provvedeva zìa Binzìna Canòpula. Nella cucina di casa sua, che distava pochi metri dalla scuola. A mezzogiorno e mezzo, la donna si presentava in classe rossa in volto, trafelata, le cocche del fazzoletto rialzate sul capo, con un pentolone e una pila di piatti, pronta a scodellare pennette al sugo fumanti e succose o minestroni saporiti. Riposti alla svelta libri e quaderni nel ripiano sottostante la ribalta, il banco di scuola si trasformava in desco familiare. Zero tovaglie, niente tovaglioli. Non c’erano ragazzini schizzinosi, in giro. Tutti mangiavano tutto, ripulendo i piatti ch’era un piacere. La cuoca era brava; inoltre l’appetito non mancava.

I miei padroni di casa, zìu Juànni Canòpulu e zìa Paulèdda, coi figli Tonino, Margherita, Domenico, Rosina e Forèddu[i] si fecero in quattro per ospitarmi nel migliore dei modi e attenuare i disagi cui sarei andato incontro. Dico subito che in quei luoghi la luce elettrica era ancora un sogno nel cassetto. Come pure l’acqua corrente e i servizi igienici. Ma l’affetto e la disponibilità di quelle care persone relegarono presto nel dimenticatoio la mancanza delle pur modeste comodità di cui disponevo in paese, a casa dei miei genitori. In breve, ospite privilegiato di tale famiglia, in quelle contrade ebbi a trascorrere sei mesi fra i più significativi e interessanti della mia vita. Del che non finirò mai di essere grato a quella gente genuina e generosa, col senso innato della modestia e dell’ospitalità.

Le borgate rurali di Chiaramonti erano popolate da pastori e contadini che traevano sostentamento unicamente dal lavoro di campagna. Duro e mai ripagato abbastanza. Combattendo contro le annate avverse e ogni malasorte cui era soggetto chi lavorava la terra, ivi compresa la voracità dei mercanti che acquistavano i loro prodotti; sempre a vil prezzo. Lontani dai centri abitati e privi di un qualsiasi collegamento decente col resto del mondo (niente telefono, niente giornali, niente radio, niente tv), avevano come unici riferimenti le notizie frammentarie che riportava chi di loro si recava a Chiaramonti o a Perfugas per qualche incombenza. O quanto raccontavano, mettendoci talvolta un po’ del proprio, i venditori ambulanti che passavano periodicamente da quelle parti, portandosi appresso le mercanzie a dorso d’asino. Il procaccia, che pure ci bazzicava con frequenza pressoché giornaliera, essendo uomo schivo e di poche parole, appariva sempre laconico nel raccontare quanto invece quelle persone, assetate di novità, si aspettavano di sentire.

Ebbi modo d’imparare un po’ la loro parlata, che mi piaceva (mi piace) molto. Un gallurese armonioso, di una dolcezza antica che può esprimere solo chi, standosene a lungo isolato dal mondo circostante, non subisce contaminazioni linguistiche, inevitabili per chi è costretto a confrontarsi con altre realtà. Vivendo giorno e notte insieme ai tettilesi, finii col praticare anch’io molte delle consuetudini locali, tramandate nel tempo e da loro rigidamente osservate. In famiglia e fuori. Mi fu dato di apprezzare la loro cucina, semplice quanto saporita. A tavola arrivavano soltanto piatti confezionati con prodotti dell’orto e del frutteto domestici; ma anche dell’allevamento di pecore, capre, bovini, maiali, galline e quant’altro. Da consumarsi in giornata, stante l’impossibilità di conservarli nel tempo per mancanza di frigorifero. Produttore e consumatore erano tutt’uno, a chilometro zero. E così il burro realizzato da Margherita e Rosina agitando con pazienza una piccola zangola rudimentale, era confezionato a forma di palla e posto a galleggiare, per rassodarsi, in una bacinella d’acqua. Fresca di fonte. Ma andava consumato subito quel burro cremoso e dal sapore irripetibile. Non ne ho gustato più di così buono. Ricordo con immensa nostalgia i piatti forti di zìa Paulèdda: la zuppa gallurese e i carciofi con panna, uova sbattute e pecorino fresco. Bombe di calorie; ma anche macedonie eccezionali di sapori, squisitezze che non mi è stato dato più di assaporare.

Rispetto al resto del territorio di Chiaramonti, del tutto diverso era il loro modo di salutare chi veniva al mondo e chi lo lasciava per sempre. L’arrivo di un bambino era annunciato da spari di fucile a opera del padre del neonato. Subito dopo il parto. Un botto isolato se femmina, una doppietta per il maschio. E così la comunità, già al corrente dell’imminenza dell’evento, accoglieva la buona nuova formulando idealmente voti augurali. La parità di genere, come si vede, era di là da venire. I cellulari pure; ma ci si arrangiava ugualmente. La notizia di un decesso non mancava mai di destare animazione e sconcerto. Non so dire quanto sincero. Di rigore la visita alla famiglia in lutto. Per esprimere partecipazione e tenere un po’ di compagnia ai parenti. Il compito di esternare il dolore con pianti e lamenti ad alta voce era prerogativa riservata alle sole donne. Che, a turno e con voce solista, scioglievano un canto con versi improvvisati che esaltavano le virtù del trapassato, esprimendo così il duolo e la disperazione di chi, in vita, al defunto aveva voluto bene. Ne scaturiva una ballata dal sapore antico, melodiosa e triste che suscitava negli astanti un’emozione profonda. Affetto, stima, rimpianto e dolore si fondevano in un unicum che si materializzava in una sorta di poema estemporaneo, esposto in forma di trenodia[ii], frutto di una cultura che affondava le radici in un’epoca le cui origini si sono perdute nel tempo. Gli uomini se ne stavano in disparte, in altra stanza, a fumare e discorrere fra loro. Quindi il corteo funebre fino alla chiesetta rurale di San Giuseppe per il rito religioso, che si concludeva nel vicino cimitero campestre. Con una particolarità che mi sorprese non poco. Prima del seppellimento, la bara era riaperta dai familiari. Per accertarsi che le spoglie del caro estinto fossero ben composte. Il tragitto fatto su un carro a buoi lungo percorsi sovente accidentati provocava scossoni che scombinavano la primitiva postura della salma. Se ciò accadeva, mani pietose la ricomponevano a dovere, prima dell’ultimo doloroso saluto che precedeva l’inumazione. Un’attenzione in più per chi se ne andava: doveva presentarsi in ordine davanti al Giudice supremo.

2 - continua


Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. Grafiche EsseGi srl, Perfugas 2016, pagg. 300-323.



[i] Diminutivo di Salvatore.

[ii] Dal greco ϑρηνῳδία, sta a significare canto funebre, lamentazione.

Ultimo aggiornamento Martedì 30 Novembre 2021 10:10
 

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