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S’abba ‘e s’oju – prima parte PDF Stampa E-mail
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Domenica 09 Gennaio 2022 11:26

di Carlo Patatu


I

ntorno a me la superstizione regnava sovrana, quand’ero piccolo. Da queste parti, ma credo anche altrove, la faceva proprio da padrona. Era quasi palpabile, nell’aria.

Fin dai primi anni di vita, con un’insistenza persino asfissiante, nei bambini della mia generazione s’inculcava lo spauracchio per il malocchio e i relativi fautori. E cioè gli iettatori in primis; ma anche su fundàcciu[i] e su malìgnu, ovvero su dimòniu cònchi rùju[ii]. Che operava nell’oscurità, avviluppato in una nuvola di vapori sulfurei. La voce comune lo accreditava perennemente indaffarato a tramare ogni maleficio possibile e immaginabile in danno delle persone. Specie se deboli e indifese.

A tale scopo, mia madre non faceva mancare mai, nella nostra camera da letto, un lume acceso per tutta la notte, accanto ad alcuni rametti di palma e ulivo benedetti dal parroco la Domenica delle Palme. Una lampada votiva a olio era sempre pronta a prendere il posto di quella elettrica nei casi d’interruzione della corrente. Il che avveniva di frequente, in periodo di guerra. Specie d’inverno.

Ma, per sentirsi ancor più tranquilla, aveva fatto confezionare, per ciascuno di noi, un breve con collare di cotone. Un amuleto a tutti gli effetti. Una sorta di reliquiario racchiuso in un sacchettino di seta candida ricamato con filo azzurro, a forma quadrangolare o di cuore. A confezionarlo, mettendoci dentro non so più quali diavolerie condite con preghiere e invocazioni misteriose, aveva provveduto una donna che s’intendeva di magia, di cui mamma si fidava e della quale mai fece il nome. Per non impressionarci, forse. Per risparmiarci eventuali turbamenti quando l’avessimo incontrata per la strada. Quel talismano me lo tenni addosso non so più per quanti anni. Probabilmente fino all’adolescenza. Non mi abbandonava mai; tant’è che s’immergeva con me nella bagnarola di casa, durante il bagno rituale del Sabato sera.

Aveva una ragion d’essere precisa quel manufatto magico: doveva salvaguardarmi da ogni male. Fisico e no. Tuttavia, riflettendo col senno del poi sopra i malanni patiti da bambino (mi ammalai due volte e gravemente di malaria; mi beccai tifo, paratifo, mal di denti e d’orecchi a ripetizione. Per tacere di sindromi influenzali e affezioni esantematiche comuni a ogni ragazzino), devo convenire che quel portafortuna non mi servì granché. Forse la donna che lo aveva confezionato si era distratta, non aveva fatto le cose a dovere. O, come ora mi pare più logico pensare, quella roba non aveva alcun potere prodigioso. Non poteva averne. Al contrario, mia madre sosteneva che quel portafortuna mi aveva protetto. E come! Se non altro, sosteneva convinta, facilitandomi la guarigione di volta in volta e impedendo a quei mali di avere un esito definitivamente sfavorevole. In ogni caso, mai le passò per la testa l’idea che il breve non potesse sortire alcun effetto benefico. Beata lei, animata da tanta fede che le forniva sempre un appiglio a giustificare ogni evento. Buono o meno che fosse.

Analoghe precauzioni le prendevano pure i pastori, per salvaguardare le greggi e il resto del bestiame in azienda. Per i miei nonni materni, che vivevano in campagna, le pecore, il giogo dei buoi, il cavallo, l’asino e una mezza dozzina di maiali, con contorno di galline, rappresentavano, assieme alle terre di Pilùchi, l’unica fonte di reddito. Era pertanto comprensibile che a quegli animali dedicassero cure e attenzioni particolari. Il controllo costante e rigoroso delle condizioni di salute e una vigilanza ininterrotta, prima di tutto. Specie nelle ore notturne, perché non finissero sotto le grinfie degli abigeatari. Quella dei furti di armenti era una piaga che pareva incurabile, essendo a quel tempo molto diffuso l’abigeato. Un po’ lo è ancora.

Ma c’erano altri guai da cui tenersi lontani, per quanto possibile. Intendo dire di malanni più subdoli e pertanto più difficili da evitare: fatture, iettature e malefici di vario genere. Da qui il ricorso a sa pùnga che, al pari del breve, era un amuleto preparato da mani esperte e secondo intenzioni particolari. Di pùngas se ne confezionavano contro il malocchio, contro le armi da fuoco, gli aborti e le malattie del bestiame. Ce n’erano persino per combattere e vincere la paura. Come per il breve, sa pùnga era un sacchetto di stoffa robusta che, cucito a filo doppio, conteneva immagini sacre o vecchie monete assimilate a medaglie, talvolta ritrovate frugando fra i ruderi di nuraghi e chiese diroccate di cui era ed è disseminato il nostro territorio.

Sa pùnga non andava scucita o disfatta per nessuna ragione. Mai. Avrebbe perso ogni efficacia, prima di tutto. Inoltre disfarla avrebbe portato pure male. Se divenuta inutilizzabile perché sciupata, si doveva ricorrere al fuoco per distruggerla. Di solito, la si legava a cingere il collo di un montone del gregge, oppure la si sotterrava sùtta s’àidu ‘e su cunzàdu[iii], dove il bestiame doveva necessariamente passare e ripassare ogni giorno. Oppure la si collocava all’ingresso de sa màndra[iv]; qui mattina e sera il pastore rinserrava le pecore per la mungitura, allora eseguita esclusivamente a mano.

Anche nonno Pulina, allevatore attento ed esperto, credeva fermamente nel malocchio e negl’influssi malefici di certi defunti, le cui anime erano state dannate a vagare per l’eternità, portando sventura a tutto ciò che incontravano. Mi raccontava che, in alcune occasioni, era stato svegliato di soprassalto dai cani che latravano in modo anomalo perché terrorizzati da qualcuno o da qualcosa, mentre le pecore correvano in disordine, all’impazzata e senza meta, da un punto all’altro de su pasciàle[v], dove solitamente le rinchiudeva per trascorrervi la notte. Col fucile spianato, com’era d’uso fare in tali circostanze, si era precipitato all’aperto, dietro il casolare, per accertarsi di quanto accadeva. Ma mai gli era capitato di vedere alcunché. Anche se gli pareva di avvertire in modo quasi tangibile la presenza di qualcuno. O di qualcosa. Chi aveva messo in allarme il gregge e i cani? Si era trattato davvero di anime errabonde? O di qualche mano lesta che armeggiava per impadronirsi furtivamente delle pecore? Mah! Non lo sapremo mai.

È comunque assodato che, allora, dalle nostre parti eravamo in molti a credere senza riserve nel malocchio. A prendere per oro colato qualunque storia, anche la più stravagante, narrata dal primo che passava. Ci credevo anch’io, da piccolo. Ciecamente. D’altronde, come potevo non crederci, dopo tutte le storie fantastiche raccontatemi più e più volte, ripetute fino alla noia? Ci credeva allo stesso modo (o faceva finta) chi, pur manifestando in pubblico incredulità e scetticismo, si cautelava per il futuro intruppandosi furtivo nella folta schiera di coloro che, pur senza darlo a vedere, si erano iscritti prudenzialmente al partito del non è vero ma ci credo. La scommessa di Pascal[vi] aveva fatto scuola anche da queste parti.

1 – continua


Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. Grafiche EsseG

i, Perfugas 2016, pagg. 247-267.



[i] Gnomo o fantasma che si credeva comparisse di notte, a turbare il sonno delle persone.

[ii] Il maligno, il diavolo dalla testa rossa.

[iii] Sotto il valico di accesso al tancato.

[iv] Recinto all’aperto destinato alla mungitura delle pecore.

[v] Piccolo tancato, luogo di pascolo riservato.

[vi] Blaise Pascal (Clermont-Ferrand 19 giugno 1623 – Parigi 19 agosto 1662) matematico, fisico, filosofo e teologo francese.

Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Gennaio 2022 10:46
 

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