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S’abba ‘e s’oju – seconda parte PDF Stampa E-mail
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Lunedì 10 Gennaio 2022 10:46

di Carlo Patatu

I

n paese c’erano individui segnati a dito perché catalogati fra i pindàccios; ossia menagrami, iettatori, uccelli di malaugurio. Persone che, con la sola presenza, oppure esprimendo un banale complimento sullo stato di salute di qualcuno o l’apprezzamento per un oggetto, erano capaci di provocare disastri.

Ecco perché chi aveva la ventura d’incrociare uno di tali figuri, sia pure accidentalmente, si affrettava a toccare ferro o qualcos’altro. Ma ostentando la massima indifferenza, acciocché quelli non avessero ad accorgersene. Persino il nostro medico condotto era solito confessare, apertamente e senza provare vergogna, che gli accadeva di trovarsi in ambasce ogniqualvolta si presentava in ambulatorio una certa signora che aveva fama di portare iella. Costei, assicurava il dottore, era capace, fissandola semplicemente con lo sguardo, di mandare in frantumi la siringa di vetro bell’e pronta per praticare un’iniezione.

Era noto in paese che persino una personalità in vista come S’Avvocàdu, con tanto di laurea, colto, intelligente, simpatico, estroverso, di ottima famiglia e di condizione agiata, aveva il suo tallone d’Achille: una paura irrazionale, di certo ingiustificata e ingiustificabile, del malocchio. Era superstizioso e non ne faceva mistero con nessuno. Varcava la soglia di casa abitualmente con lo stesso piede (non ricordo più quale) e manifestava con schiettezza un’avversione irriducibile per il gas in bombola (la bomba, diceva). Non permise mai alla moglie e alle domestiche di servirsene, imponendo invece di utilizzare cucina e forno elettrici. O a legna. Mai si piegò a impugnare un rasoio elettrico: lo terrorizzava l’eventualità di ricevere una scarica mortale sulle guance. Sino alla fine dei suoi giorni restò fedele alla vecchia Gillette e al fido barbiere Paulantòni[i].

Entrava in agitazione se si ritrovava in casa uno specchio rotto senza che gliene fosse nota la causa. Una volta, durante l’esecuzione di certi lavori, un muratore mandò in frantumi la bella specchiera del lavabo che troneggiava nella camera da letto padronale. Un lavabo di quelli datati, in ferro laccato con vaschetta smaltata basculante, brocca per l’acqua pulita e secchio per la raccolta di quella sporca. Ovviamente, l’autore del danno si guardava bene dal confessare. Aveva paura d’incorrere in una reprimenda senza fine. Di quelle che il nostro uomo sapeva inscenare quando perdeva le staffe. E poiché le cose si mettevano male per via del grave stato d’ansia del padrone di casa, che non riusciva a farsi una ragione dell’accaduto, fu l’anziana domestica a suggerire al muratore di ammettere subito che a provocare il danno era stato lui. Indipendentemente da com’erano andate veramente le cose. Per s’Avvocàdu, sottolineò la donna, non era importante il valore del danno. Gli stava molto a cuore, invece, accertarsi che lo specchio non fosse andato in pezzi per via di un qualche maleficio occulto. Il suggerimento fu saggiamente accolto. La confessione ebbe luogo, pur con qualche imbarazzo. Il che restituì all’interessato serenità e buonumore. Almeno per quella volta, non aveva alcunché da temere da-e su malìgnu. Anzi, fugata l’inquietudine iniziale e riacquistata la giovialità consueta, tirò fuori un fiasco di quello buono e offrì da bere a tutti. Pericolo scampato.

Ma il cruccio vero di quell’uomo era tìu Dianzinèddu[ii], suo dirimpettaio. Un bel vecchietto dall’aria distinta, segaligno, camicia sempre fresca di bucato, portava baffetti di un candore niveo che gli conferivano certa autorevolezza. Priore a vita della confraternita Sànta Rùghe[iii], non mancava mai ad alcuna funzione religiosa. Sia nei giorni festivi che in quelli feriali. In chiesa occupava un posto fisso, che nessuno si sognava di contestargli: sul lato sinistro del primo banco, fila destra, solitamente riservata alle donne. Proprio sotto il pulpito marmoreo della parrocchiale. Seduto o inginocchiato, pregava a voce bassa e sgranava rosari in continuazione. Assorto, lo sguardo rivolto all’altare maggiore e noncurante di quanto gli accadeva intorno. Tant’è che gli si attribuiva il privilegio di essere fradìle de Gesusu[iv]. In altri tempi aveva lavorato a lungo in campagna come allevatore. Da vecchio si era ritirato in paese con la figlia zitella e un nipote studente.

Non sapendo come passare il tempo e non potendo ancora distrarsi ascoltando la radio, che non possedeva, né guardando la televisione, che non conosceva nemmeno, trascorreva le giornate standosene seduto, al sole oppure al fresco, in su giannìle de dòmo sùa[v]. Mani appoggiate sul bastone, proprio in faccia al palazzotto de S’Avvocàdu. Il quale, a dire il vero, gli manifestava grande rispetto; ma se ne teneva alla larga. Finché gli era possibile. Aveva la fissa che quel vecchietto dal tratto gentile e con la bocca sdentata perennemente schiusa al sorriso discreto, fosse un potente iettatore. Non so spiegarne il perché. E ciò sebbene i due fossero miei vicini di casa e pertanto figure a me molto familiari. Probabilmente, una ragione accettabile non avrebbe saputo metterla in campo nemmeno lui, se qualcuno avesse avuto l’ardire di chiedergliene conto. Ma così era.

S’Avvocàdu possedeva una elegante Fiat 509 anni Trenta, squadrata e di colore grigio, muso in fuori, tre marce, interni in velluto pregiato, due fanali enormi con luci fisse, predellini esterni e ruota di scorta incassata su un parafango anteriore. Era una delle prime autovetture comparse in paese. Essendo il proprietario uno dei pochi che si potevano permettere quel lusso. L’autorimessa stava proprio di fronte al palazzo in cui abitava ed era attiguo alla casa di tìu Dianzinèddu. Pertanto, quando doveva servirsi della macchina per andare da qualche parte, al nostro uomo non restava che attraversare la piazzetta, tirare su la serranda in lamiera ondulata, avviare il motore con un giro di manovella e partire. Manovre che non eseguiva da solo, ma assistito da un anziano domestico, tìu Austìnu[vi]. Che era un po’ la sua ombra. E che, manco a dirlo, aveva il carico di disimpegnare quelle operazioni materiali che, in qualche misura, richiedevano uno certo sforzo fisico.

Ebbene, prima di uscire di casa, chiedeva immancabilmente al fedele servitore di accertarsi se l’anziano dirimpettaio fosse seduto al solito posto. Se la risposta era negativa, i due si avviavano a passo spedito verso l’autorimessa. Se, al contrario, lui c’era, non si azzardavano a mettere il naso fuori dal portone. Non volendo incorrere in alcun influsso malefico, aspettavano pazientemente che il canuto vecchietto si fosse allontanato. Accadeva però che quello là continuasse a trattenersi all’aperto più a lungo del solito, magari intento a scambiare quattro chiacchiere con i passanti, del tutto ignaro delle ambasce di cui era cagione. Tant’è che una volta mi accadde di assistere a una scena, alquanto spassosa. Per me, naturalmente. Padrone e domestico dovevano andare fuori paese per il disbrigo di una questione impellente. Ma fuori c’era lui, seduto al solito posto. Discorreva con un amico e non pareva intenzionato a rincasare. Ebbene, poiché la partenza non poteva essere più rimandata, S’Avvocàdu si affidò alla sorte, affrontò di petto la situazione e, scuro in volto, si diresse a grandi passi verso il garage. Dietro di lui l’onnipresente tìu Austìnu. Ma il suo nervosismo non tardò a tramutarsi in rabbia. Quando, sollevata la serranda, ebbe la sorpresa sgradita di ritrovarsi la fida 509 con una gomma a terra. “C’era da aspettarselo!...”, ringhiò fra i denti stizzito. Dopo di che non gli restò che porre mano al cricco e, dando fondo alla scarsa pazienza residua, provvedere alla sostituzione della ruota. Col sostegno del vecchio famiglio, immusonito anch’esso e, per giunta, alquanto impacciato nello svolgere quel genere di operazione, che non gli era congeniale.

2 – continua


Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. Grafiche EsseGi, Perfugas 2016, pagg. 247-267.



[i] Cfr. supra S’arveri.

[ii] Il soprannome col quale era noto il vecchio.

[iii] Santa Croce.

[iv] Cugino di Gesù Cristo.

[v] Seduto sulla soglia di una delle porte di accesso.

[vi] Zio Agostino.

Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Gennaio 2022 11:01
 

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