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Artisti sardi quasi… dimenticati: Raimondo Piras PDF Stampa E-mail
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Martedì 03 Maggio 2022 11:19

di Salvatore Patatu

 

Raimondo Piras era nato il 29 novembre del 1905 a Villanova Monteleone e qui ha vissuto la sua vita. Non è possibile esaurire in una sola puntata il discorso su un personaggio così importante. Per cui qui mi limiterò a fare degli esempi e a citare alcuni suoi versi, ripromettendomi di tornare più volte sull'argomento.

Ho avuto molte occasioni di parlare con questo straordinario poeta e ogni volta ho colto in lui antica saggezza, lucido raziocinio e prudente equilibrio, doti, tra l'altro, che esternava nell'esecuzione dei temi, cantando sui palchi di tutta la Sardegna. Una volta lo intervistai a casa mia, dove era venuto la mattina presto, il giorno dopo la gara, in quanto Carlo mio fratello gli doveva dare un passaggio per Sassari. E fu in quell'occasione che mi disse di non aver mai cantato sul palco la famosa ottava sul numero tre, ma di averla improvvista un giorno in cui stava lavorando in campagna.

Tres annos at preigadu si bi cres,

tres oras est durada s'agonia,

tre giaos l'ana postu a su Messia,

unu per manu s'àteru in sos pes:

fèminas pias piantu l'an tres

Madalena, Veronica e Maria.

Tres l'ana piantu e tres l'ana tentadu

e a sas tres dies est resuscitadu.


Ottava meravigliosa di grande ispirazione. Padre Antonio Tore, gesuita, prefetto della chiesa di san Michele ad Alghero e cappellano dell'ospedale civile della stessa città, l'ultimo suo confessore, lo definiva “Un vecchio saggio che costruisce le storie fondanti!”.


Padre Francesco Sechi, decano dei frati francescani di Sassari nella chiesa di San Pietro, nonché professore di filosofia all'Università di Sassari, nipote del grande poeta villanovese, un giorno mi disse:

“Zio Raimondo, quale poeta che viene dal popolo, appartiene al popolo ed agisce per il popolo, sa leggere gli eventi del popolo e li sa comprendere, dandocene una lettura profetica!”.

Di questi due giudizi mi sono ricordato quando Paolo Pillonca, parlando di lui, mi disse: “Raimondo Piras era un poeta grandissimo, veramente grande, ma come uomo era ancora più grande!”. Per cui, iniziava la gara poetica con questo vantaggio non da poco sui suoi colleghi. E questa sua superiorità era riconosciuta soprattutto dai suoi rivali.  Antonio Piredda in gara cantò questa paesana rivolgendosi a Soggiu:


A la cantamus una paesana.

o caru Pepe si mi pones bundu

ajò chi lu tundimus a Remundu

e a mes’apare faghimuas sa lana.


E Soggiu rispose:

A la cantamus una paesana,

bi cherzo pessare bene a fundu

ca creo chi a tùndere a Remundu

nos diat unu pagu de matana.


E Piras rispose ad entrambi:

A la cantamus una paesana,

cando cherides faghide sa prova

ca non bi cheret trobeas de bonova

ne ferros ruinzados de Romana.


E in un'altra gara, alla stessa proposta di Giuanne Seu, Tucconi rispose:

A la cantamus una noitola,

o caru Seu, gia ti pesso a fundu,

ca poetes bonos che Remundu

Deus nde faghet una ‘olta sola.


I poeti, solitamente sono restii a riconoscere la grandezza del collega, essendo per natura vanitosi e piuttosto egocentrici, ma con Piras facevano un'eccezione. Sono convinto che lui stesso era cosciente di questa sua superiorità e, quando era necessario, lo diceva in modo chiaro  e netto, senza dimostrare superbia o tracotanza.


Nel 1966 in una gara a Chiaramonti c'era in palio una coppa e la giuria la assegnò a Zizi, probabilmente perché era il più giovane. Lo stesso Zizi a Villanova, in una conferenza in onore di Piras citò il fatto. Due mesi dopo, Piras tornò a Chiaramonti in occasione della festa del Santo Patrono, in coppia col nostro Paesano Giuanne Seu, il quale, celiando sull'episodio gli cantò questa ottava:


Remundu l'as cunpresa sa rejone:

l'aia contra a sa giuria toppa,

ca, m'ana nadu, in d'un'occasione

t'ana negadu su mèritu 'e sa coppa;

ti nd'an faladu da-e su seddone

e setzidu ti ch'an subra sa groppa.

Già mi paret su fàghere malandrinu

a nd’aer betadu su mezus fantinu.


In questa ottava c'è tutta l'ammirazione di Seu per Piras che definisce il miglior fantino. E questi gli rispose:


In Tzaramonte non m’an dadu coppa,

ma non cretas pro cussu chi nde rua.

Non l’ana fatu in tota s’Europa,

l’an fatu solamente in bidda tua.

S’in custu palcu l’ant sètzidu a poppa

Remundu gia si setzit sempre a prua.

Ca totu sos chi an cùrridu cun megus,

sempre si sun piatzados addausegus.


Nella famosa gara della coppa, i temi da trattare erano: Piras l'apostolo, Soggiu il poeta, Zizi l'eroe e non ricordo chi era la mamma, alla quale Piras dedicò questa ottava:


Tue l’amas de un’amore fine

ca est frutu de sa pròpia terra.

Ma est amore chi finit in pruine

ca totu cantu at fine in custa serra.

Ma no as fatu che santu Martine,

chi at divisu sa cappa pera perra.

Bides s'apòstulu de altu cunsizu

dat mesa cappa a chie non l'est fizu.


E rivolgendosi all'eroe guerriero:

Zizi narat chi est unu gherradore,

istat gherrende a bajonetta in canna.

Nachi in Roma abertu at una Gianna

e ch'est intradu cun mannu valore.

Issu una nassione at fatu manna

e ater'una nd'at fatu minore.

Bides ch'in cue apo pius rejone,

totu su mundu est una nassione.


E al poeta dedicò la perla più rara, i dieci comandamenti:

Unu Deus adora e non l'irroches;

sagra sa festa, onora su parente.

Non fures, non lussùries, non boches

e non deves giurare falsamente.

A sa fèmina anzena non t'invoches,

lassa sa cosa anzena, ista prudente.

Nàrami, poeta bellu, cando mai

asa cantadu una poesia gai.


L'amore della mamma per il proprio figlio non meraviglia nessuno, in quanto è un fatto naturale. L'ammirazione per l'eroe che conquista territori non suoi va contro lo spirito libero dell'uomo. L'amore dell'apostolo per chi non è suo figlio, essendo disinteressato, è il vero amore; e i dieci comandamenti, raccolti in sei splendidi versi, sono un richiamo universale da cui non si può prescindere. Sono concetti planetari, messi in versi con una naturalezza a dir poco straordinaria.


E non dipendeva dal tema favorevole o più semplice da svolgere, perché, cantando il tema opposto, dimostrava la stessa bravura. In un'altra gara, infatti, cantando l'ateo, al collega, che gli disse che Gesù, nella sua estrema bontà, aveva perdonato il ladrone, che, insieme a lui stava per morire sulla croce, Piras rispose con un'ottava che è entrata nella leggenda popolare:


Ma Gesù Cristu fit nullatenente,

non teniat cuile e ne masone.

In rughe at perdonadu su ladrone

chi furaiat dae àtera zente.

A isse ne arveghe e ne anzone

mai non l’an tocadu pro niente.

E deo che Cristos perdonare dia

su ladru chi non furat roba mia.


Siamo di fronte a un genio assoluto; la natura l’aveva dotato di quel talento che Leopardi, riferendosi alla felicità, ha chiamato doglio avaro! Avaro proprio perché concesso in dosi limitate e riservato a pochissime persone. Secondo me Piras conosceva la retorica di Cicerone, che prevede la catalogazione e l'organizzazione del ragionamento prefiggendosi gli stessi obiettivi: docere, delectare, flectere e cioè istruire, dilettare e persuadere.


Ogni sua ottava seguiva questo schema, che prevedeva l'esordio, il gancio narrativo per attirare l'attenzione del pubblico.

Facciamo un esempio con un'altra sua ottava famosa, in cui difendeva l'uomo non sposato: bajanu e betzu:


Adamu at isposadu in su giardinu,

ma in amargura at giradu su mele.


Segue la narratio:

Dae custa unione est nàschidu Cainu

chi, addaghi at fatu mannu, at mortu a Abele.


Argumentatio

Adamu at tentu una sorte crudele

ca at zenneradu unu fizu assassinu.


Peroratio (o conclusione che scatenava l'applauso)

Pro cussu a sa sola mi mantenzo

e fizos assassinos non nde tenzo.

.

Ma un oratore come Cicerone aveva tutto il tempo che voleva per organizzare il suo ragionamento; il poeta improvvisatore ha pochi minuti per l'inventio e la dispositio, e qualche secondo per rispondere alle ottave del collega. E, ulteriore complicazione, deve esporre il suo pensiero in ottave con endecasillabi perfetti.


Quando cantò con Truddaju e Soggiu, Piras era il tempo, Truddaju l'uomo e Soggiu Dio. E questo disse in una ottava che l'uomo costruisce chiese, monumenti, pittura quadri, scolpisce statue in onore di Dio:


Custu est signale chi s'òmine at cumpresu

chi custu tempus lu guvernat Deu.

Ca solamente Deus est su padronu

de fager tempus malu e tempus bonu!


Piras, alzandosi in piedi parte dal penultimo verso del rivale, per esprimere un concetto che appartiene al popolo, che è pronto ad applaudirlo, condividendone il pensiero:


Padronu non ti fetas assolutu,

Deus, camina pianu pianu;

ca Giove fut unu deu paganu

e, cun su tempu, dae s'altu nd'est rutu.

Ammentadinde su Deus romanu

su tempus meu gia ti l'at distrutu.

Su tempus podet meda e ti do prou,

ndi 'etat su 'etzu e che pigat su nou.


E accompagnò la chiusura dell'ottava col dito indice, imitando la rovinosa caduta di Giove. Infatti, un'altra dote di Piras, acquisita con l'esperienza, era l'utilizzo dei tratti soprasegmentali, che caratterizzano il suo canto: i gesti, la modulazione della voce e l'ironia sorniona e furbastra, che il popolo gradiva molto.


In una gara i cui temi erano l'immobilità e il movimento, cantò questa ottava e il pubblico applaudì entusiasta:

Ma tue deves bènnere fatu a mie,

osserva pitzinnia cun betzesa.

Su ch'est piztinnu movet sempre a die

e su 'etzu acusat solu debilesa.

Su ch'est giòvanu est sempre a mesudie

e su ch'est betzu ch'est in sas ses e mesa.

E non podet bogare musa a fora

ca sempre ch'este in sa mantess’ora.


Tutte le domeniche vado in cimitero a Sassari a visitare mio figlio e mia moglie e, nel lungo percorso, incontro le tombe di Adolfo Merella, Giovanni Seu e Antonio Piredda; a quest'ultimo rivolgo sempre un sorriso ricordandomi un'ottava che cantò contro Piras e la risposta che gli diede quest'ultimo:


Antoni Piredda

Remundu tenet sempre sa mania

de l’aer contr’a Soggiu e a Piredda.

A l’ischis chi apo manna una padedda

ch’est pius manna de una labia.

E a murigare sa padedda mia

sa trudda de Remundu est minoredda:

troppu minore est sa trudda ‘e Remundu,

non bi la faghet a tocare fundu.


Risposta di Piras

Ista diàulu a Antoni Piredda

tottu si leat a brulla e a giogu;

nachi manna tenet sa padedda

e si nd’istat bantende in dogni logu;

ma si bi sizo apena apena ‘e fogu

no istat meda a si fagher niedda;

si bi restat calchi ossu no est nudda

non b’at bisonzu de b’intrare turudda.


Possedeva una solida cultura scientifica e la capacità di saperla tirar fuori con garbo, sempre a ragion veduta e nel momento opportuno, senza mai apparire presuntuoso o saccente. Sempre nella gara precedente, Soggiu affermò che la montagna è la regina dello stare fermi e nessuno è in grado di farla minimamente muovere.


Piras:

Chi siat sa reina non bi creo,

lu creet s'ignorante chi la mirat,

ca s'istabilidade gia l'atirat

e narat deo subra a issa reo,

ma non t'abizas, narat Galileo,

chi narat chi sa terra tota girat;

tue la 'ides frimma sempre fissa

abìzadi chi movet finas issa.


In conclusione voglio evidenziare un'altra dote di Raimondo Piras: l'umiltà dei grandi. Il 28 febbraio del 1978 a Borore:


Deo so unu pagu bambighinu

e s'abba sa vena non mi 'atit,

ca so comente ei cuddu trainu,

apena faghet caldu luego patit.

Sa paga abba si finit in caminu

e finas a su mare non b'imbatit.

E gai deo sos dèbiles connosco

e inue iscùrigat mi corco. (Osco e orco, in logudorese si pronunciano allo stesso modo)


Morirà il 21 del mese di maggio dello stesso anno.

Ultimo aggiornamento Martedì 03 Maggio 2022 11:30
 

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