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Il ricordo affettuoso dei parenti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Patatu   
Lunedì 18 Agosto 2008 16:31

In questo spazio, pubblichiamo le testimonianze affettuose dei familiari e parenti, raccolte insieme ad altre nel libro "GIOVA', ricordi pensieri lettere da chi ti ha voluto bene", a cura di zio Tore, stampato a Sassari nel 1996.

MAMMA

Giovanni, il breve soffio della tua vita è stato un dono che mi accompagnerà per sempre. Mi hai dato tanto, senza chiedere. E così, secondo il tuo stile di vita, mi hai lasciata. Senza che nulla potessi fare per te.

Mi manchi. Quanto, tu solo sai.Essere la tua mamma è stato per me un privilegio.

 

BABBO

"Ah! non credea mirarti si presto estinto, o fiore.

(La Sonnambula di F. Romani, musica di V. Bellini, atto II)

 

QUI NON CI CHIEDONO LA PATENTE

Con Giovanni non ci vedevamo spesso, in quanto io, abitando a Nulvi, non avevo con lui una frequentazione assidua e costante. Ma l'intensità del nostro affetto e, quindi, dei nostri rapporti, era talmente forte che sopperiva abbondantemente alla sporadicità dei nostri incontri.

I ricordi che ho di lui non possono essere facilmente ordinati secondo uno schema logico e razionale, ma saltellano nella mia mente attraverso lo spazio ed il tempo, materializzandosi in immagini dolci e delicate.

Lo vedo bambino, quando veniva in campagna coi genitori, rincorrere gli agnellini del mio gregge e ingaggiare con loro allegri e gioiosi “combattimenti”. Lo ricordo un po’ più grande, mentre scorrazza sul trattore o su una moto sgangherata, che camminava solo per grazia divina; o prendere la mia vecchia autovettura, aggiustarla di tanto in tanto, metterla in moto e girare per la campagna con la stessa gioia di uno che guida una Ferrari.

Nella mia campagna poteva esprimere tranquillamente, fin dalla sua più giovane età, quella grande e gioiosa passione che aveva per tutto quello che si muoveva attraverso un motore. “Qui nessuno chiede la patente!”, dicevamo entrambi scherzando.

Ma il ricordo più vivo che ho di lui è legato agli ultimi tempi, quando, uomo ormai maturo, pur vivendo in città da studente, lontano dalle problematiche legate alla pastorizia ed all’agricoltura, si interessava di tutto quello che riguardava la campagna e, in particolare, della mia azienda. Voleva sapere tutto; non si è mai accontentato di spiegazioni superficiali che potessero soltanto appagare un’innata curiosità, a completamento di una solida cultura. Si informava per sapere di più; per rendersi conto pienamente delle cose; e, quando aveva capito bene i problemi legati alla mia attività, ne discuteva a ragion veduta, proponendo soluzioni e suggerimenti, o addirittura dandomi consigli.

Il tutto era fatto con un trasporto e una passione che gli derivavano si dalla sua naturale predisposizione alla conoscenza delle cose e del sapere in generale; ma anche e soprattutto dall’istintiva e spontanea inclinazione all’altruismo ed alla generosità.

Zio Franco

 

CIAO ZIA

I ricordi che ho di Giovanni sono talmente numerosi ed intensi che mi è difficile razionalizzarli in maniera organica e regolare, in quanto si inseguono nella mia mente in modo chiarissimo, ma disordinato.

Mi piace ricordare la sua grande disponibilità ed il suo entusiastico affetto, la sua prorompente allegria, la battuta simpatica e pronta, lo sguardo intenso e gli occhi tesi alla massima espressione quando parlava della sua Cinquecento, il sorriso ironico e il modo canzonatorio di raccontare qualche fatto accadutogli, modificandone leggermente la realtà per farmi ridere.

Avevamo in comune la passione per la musica, ma non sempre ne condividevamo i generi; questo non ci impediva però di fare delle lunghe ed esaurienti chiacchierate, sia sulle cose che piacevano a me, sia su quelle che lui prediligeva. Fu così che, una volta che ci trovammo d’accordo su un disco, mi fece la sorpresa di duplicarmelo su nastro e me lo regalò un paio di giorni dopo. È una delle esecuzioni di musica dolcissima eseguita al sax da Fausto Papetti ed io lo conservo tra le mie cose più care.

Quando mi ritrovo sola a casa, ascolto questo nastro, socchiudo gli occhi e lo vedo: raggiante di gioia per un piccolo regalo ricevuto, mentre passa in bicicletta o in moto sotto casa mia, mentre bussa alla porta ed entra senza aspettare la risposta, mentre mi chiede se a casa ho bisogno di aggiustare qualcosa e soprattutto, come lo vidi l’ultima volta, seduto sul muretto perimetrale dei giardini pubblici di fronte alla statua del Monumento ai Caduti, circondato da tutti i suoi compagni, mentre raccontava e scherzava e, vedendomi da lontano, smise di parlare ed alzandosi in piedi, con ampi gesti della mano, come faceva sempre, mi gridò sorridente: “Ciaio Zia”.

Zia Iolanda

 

UN BRINDISI MANCATO

Con Giovanni non avevo in comune soltanto il cognome, ma ci univa anche un'affinità di carattere, che si manifestava attraverso un insaziabile e irrefrenabile desiderio di scherzare, ereditato senz'altro da nonno Pulina, al quale entrambi rassomigliavamo anche fisicamente. L'allegro modo di concepire la vita, di scherzare in continuazione in tutti i momenti e in tutte le occasioni, l'ho sempre adottato con i miei nipoti fin dalla loro più tenera età: se dovevo fare un regalo lo facevo apparire con un gioco di prestigio; per comunicare una notizia, o la davo attraverso un rompicapo, o esprimendo l'esatto contrario; se facevo degli auguri, come in occasione della Maturità, li porgevo in modo bonariamente canzonatorio. Lui però era il nipote che contraccambiava lo scherzo e questo condizionava il nostro rapporto; che, a furia di scherzare, era arrivato al punto da non consentirci di distinguere il vero dal falso.

Lo scherzo più importante, che mi combinò lui, non gli riuscì per un soffio. Avevo comprato ad Asti otto casse di barbera vivace e avevo dato ordine al corriere di consegnarle a casa di mio fratello a Chiaramonti. Quando andai a prenderle, c’era Giovanni, che mi aspettava per aiutarmi a caricarle sulla mia macchina. Finito il lavoro, mi accorsi, dal pungente odore di vino che inondava la mia macchina, che qualche bottiglia doveva essersi stappata. Aprii tutte le casse per controllarle e, in una di queste, al posto delle bottiglie di vino piemontese, trovai ben allineate 15 bottiglie d’acqua, accompagnate da un simpatico biglietto che diceva più o meno così:
“Caro zio Tore, questo scherzo mi è stato suggerito da un tuo racconto. L’acuqa è stata prelevata dall’acquedotto di Chiaramonti, quindi è potabile. Le bottiglie di barbera le berrò alla tua salute.
Ciao, tuo nipote Giovanni”.

Scoppiammo entrambi in una fragorosa risata, sia per l’alta qualità dello scherzo, sia perché ‘l’allievo’ non era riuscito a superare il maestro, anche se solo per un grosso colpo di fortuna da parte mia. Si affrettò a restituirmi le bottiglie, perché conosceva benissimo le convenzioni non scritte che regolano l’arte di scherzare. Ebbe anche un lievissimo cenno di reazione, che si manifestò attraverso un pugno sul palmo della sua mano e disse:
“Ho impegnato quasi un’ora a montare lo scherzo, riempiendo le bottiglie d’acqua!”.

Ma subito riprese a ridere, questa volta di un riso, forse, liberatorio, in quanto gli sembrava dissacrante riuscire a “imbrogliare” fino in fondo lo zio burlone per eccellenza.

Mi complimentai con lui per lo scherzo e commentammo insieme, come fanno i giocatori di mariglia alla fine di ogni mano, su come avrebbe potuto fare per impedirmi di aprire la cassa “incriminata” ed accorgermi così dello scherzo. A quel punto il suo viso si arricchì di un’altra espressione, quella di chi ha incassato il colpo, ma ha fatto tesoro di quell’esperienza e aspetta la volta successiva.

Quell’espressione curiosa del viso, tra il sorridente e il canzonatorio, mi ha accompagnato durante il viaggio di ritorno a Sassari e mi accompagna tuttora, quando tutte le sere, prima di addormentarmi, penso a lui e a mio figlio, cugini e compagni per l’eternità.

Zio Tore

 

IL VERO VALORE DELLA VITA

16 Gennaio 1996

Talvolta, attraverso un foglio di carta ed una penna, è difficile far trapelare le proprie emozioni, le paure e le ansie. In momenti come questi, invece, tutto appare più semplice, perché nell’atto dello scrivere è nascosta l’intenzione di ricordarlo in un suo sorriso. Ciò che è nella memoria non è soltanto questo: è una ricerca dentro se stessi che rammenta la sua onnipresenza.

Giovanni non è veramente morto, perché è sempre in noi e con noi, in ogni nostro pensiero.

Avrei voluto ringraziarlo per tantissime cose, ma soprattutto perché mi ha fatto capire il vero valore della vita, che lui ha gestito in ogni attimo con una intensità incredibile. Io, quella stessa vita, sto impatando a viverla proprio grazie a lui.

Gianfranco Cappai

 

LA ZIA IN PRIMA FILA

"È  nato Giovanni e ci ha già detto che vuole te come madrina".

Questo è il testo del telegramma inviatomi da tu padre quando sei nato. Piansi dalla gioia e dalla commozione per il privilegio riservatomi; si trattava del nostro primo nipote maschio che portasse il nostro cognome e che rinnovava, tra l'altro, il nome di nostro padre.

Il fatto che fossi la tua madrina mi faceva sentire la zia in prima fila, anche se tu adoravi tutti i tuoi zii allo stesso modo. Da me preferivi sentire i racconti di quando eravamo piccoli. Volevi sapere di tuo padre, che noi chiamavamo con un simpatico appellativo che richiamava la sua predisposizione ed attitudine naturale al comando, che esercitava su di noi con fermezza al momento del gioco, dove lui era sempre il direttore e l’organizzatore.

Ti divertivi tanto ad ascoltare quei fatti senza mai stancarti, perché in essi andavi alla ricerca di qualcosa che potessi confrontare coi fatti della tua infanzia, alla ricerca di punti di somiglianza con quella di tuo padre, al quale eri legato da un’amicizia particolare che è rara tra un figlio ed un genitore.

Per via della lontananza non ho potuto esercitare quella presenza costante che una madrina deve avere nei confronti del figlioccio; ma, nei giorni di ferie che passavo in Sardegna, il nostro rapporto era di tale intensità che sopperiva qualitativamente alla scarsa quantità di giorni in cui restavamo insieme.

Mi ricordo una volta al mare in cui, bambino, per banali motivi, litigasti con Vladi; litigio che sfociò in musi lunghi e promesse di non parlarvi mai più. Quel “mai pù” durò fino al momento in cui ,dieci minuti dopo, Vladi mise il piede su un riccio e una spina gli si conficcò nel piede; e tu corresti subito ad aiutarlo non appena egli manifestò bisogno di aiuto. Io, scherzando, ti dissi:
“Ma non avevate litigato?”.
“Si – rispondesti – ma io sono il fratello maggiore e devo proteggere mio fratello più piccolo”.

Due anni fa, durante una festa in piazza, fu organizzata una gara di ballo in cui veniva premiata la coppia più applaudita. Vinsi io che ballavo col marito di una mia carissima amica e fui sorpresa perché, francamente, non mi aspettavo tanti applausi per me e Pietro, il cavaliere, in quanto io mancavo da Chiaramonti da molto tempo e lui e la moglie vivono a Roma da tantissimi anni. Tu venisti a complimentarti con me dicendomi:
“Zia, ti ho organizzato una claque coi miei amici e non solo le mani, ma ti abbiamo battuto anche i piedi, dovevi vincere per forza”.

L’altruismo, l’allegria, l’entusiasmo per tutto, la gioia di vivere, l’innata simpatia e la spontanea predisposizione allo scherzo erano le doti che ti scaturivano in modo istintivo e naturale.

Il ricordo pù vivo è legato al giorno in cui mi salutasti per l’ultima volta: era la fine di un’estate intensa e felice; tu indossavi un paio di pantaloni bianchi e una maglietta gialla; mi abbracciasti con grande trasporto accennando alla coppa vinta da me nel ballo in piazza e alle possibilità del prossimo anno, in cui avresti tentato di fare meglio.

Ora quella maglietta gialla, regalatami per ricordo dai tuoi genitori, è conservata nel mio armadio come l’oggetto più prezioso e caro che posseggo. Di tanto in tanto, con delicatezza e commosione, vado ad accarezzarla.

Zia Franca

 

UNA VOCE FAMILIARE

L'appuntamento annuale, quello più bello, era la cena di fine estate che facevamo tutti insieme a casa tua. Preparavi quasi tutto tu; cominciavi apparecchiando la tavola ed alla fine venivi a cercare il mio consenso; se l'abbinamento dei tovaglioli coi piatti, con la tovaglia ed il resto era intonato e tutto ben allineato. "Cosa dici, faranno pendant?", mi chiedevi.

Poi ti accomodavi vicino ai cugini più piccoli di te e li stuzzicavi in continuazione, facendolo “litigare”, prendendoli in giro e organizzando uno scherzo dopo l’altro.

Era tutto buonissimo quello che preparavi e ne eri fiero; quando ti facevamo i complimenti, tu, con grande modestia, sorridevi e mi dicevi: “Si, ma il tiramisu che fai tu è insuperabile e non riesco a farlo come te”. Ti promisi mille volte la ricetta, ma non sono mai riuscita a dartela.

Di solito non sapevi il giorno del mio arrivo; ma, venendo a visitare le altre zie e, sentendo la mia voce, già prima di entrare in casa dicevi: “Qui c’è una voce che mi è familiare”. Mi dicevi che ero la zia più bella da giovane ed io, scherzando, ti rispondevo che probabilmente dicevi le stesse cose alle altre zie; e tu ridevi divertito.

Tutte le sere passavi a trovarci: aprivi la porta e sorridevi ancor prima di salutare; un sorriso che vedo tuttora in quello di mio figlio Teodoro, al quale somigliavi in modo straordinario e col quale avevi un affiatamento particolare, tanto da farmi pensare che senza di te gli manchi una parte di se stesso.

L’ultimo saluto fu fugace, veloce; perché avvenne dopo una cena di fine estate da te organizzata; e ti sei subito allontanato perché dovevi ancora occuparti di sistemare le cose per bene, come eri solito fare, per non lasciare quest’incombenza a tua madre. Mi sorridesti dolcemente mentre inserivi i piatti sporchi nella lavastoviglie.

Chiaramonti, senza di te, non è più lo stesso. Un velo di malinconia avvolge tutte le cose: le nostre case, la strada principale, la piazza e quel muretto dei giardini dove tu e i tuoi amici vi intrattenevate con gioia serena e giovanile allegria.

Io continuo a venirci, ma già prima di entrare nella periferia che quasi inizia con la tua casa, sento accentuarsi quella tremenda morsa che mi stringe il cuore e non mi abbandona mai.

Zia Giovanna
 

 

COME UN RAGGIO DI SOLE

 Ricordo che arrivava spesso in bicicletta; la poggiava al muro del giardino e saliva le scale di corsa, chiamandomi con allegria. Quando entrava in casa faceva l’effetto di un raggio di sole in una giornata scura. Sempre allegro, contenuto, entusiasta di tutto e per tutto. Regalargli qualcosa era un piacere grandissimo, per il modo con cui accettava le cose: dal dolcino alla chicchera di gioddu, alla piccola mancia nei giorni particolari.

Raccontava tutto di sé: le gioie, le preoccupazioni, la soddisfazione per un esame passato, la delusione per qualcosa che non riusciva a completare; ma tutto era raccontato attraverso espressioni gioiose del viso, battute scherzose e un gesticolare particolarissimo e coinvolgente. Mai un cenno di tristezza, sempre allegro e pronto a risollevarti il morale se vedeva che eri triste per qualche tua preoccupazione.

Mi manca, Giovanni! Tanto! Mi manca la sua affettuosa compagnia, la sua coinvolgente fiducia nella vita, la sua prorompente allegria...

E anche adesso, quando soprappensiero  e impegnata nei faticosi lavori domestici, vedo aumentare la luce nella stanza, perché un raggio di sole filtra attraverso la portafinestra del soggiorno, mi volto nell’attesa vana di sentire la sua voce e di vedere il suo sorriso.

Zia Ida

Ultimo aggiornamento Mercoledì 03 Settembre 2008 23:56
 

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