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Sos Romagliettes PDF Stampa E-mail
Scritto da Carlo Patatu   
Venerdì 10 Aprile 2009 01:00

I riti della settimana Santa tra sacro e profano

L'arrivo della Pasqua era atteso sempre con impazienza. Soprattutto dai bambini. I quaranta giorni della quaresima non passavano mai. In chiesa, le funzioni religiose si svolgevano in un'atmosfera già mesta. Ci si preparava gradualmente all'avvento della settimana di passione, che precede la Domenica delle Palme e la settimana Santa.

 

Mia madre, molto legata alla consuetudine, si dava allora un gran da fare a predisporre ogni cosa per i dolci pasquali. La presenza in casa di una mezza dozzina di figli, il parentado 'largo' e le persone di riguardo (parroco, medico, su 'ighinu'...) consigliavano di fare molti pabassinos, copulettas, cozzulos de pistiddu, cadaginas, per accompagnare gli auguri tradizionali con qualcosa di tangibile. Per la verità, mia madre si rassegnava volentieri a quella che, per lei, era la vera settimana di passione. Durante la quale, armata di bilancia e misurini, pesava farine, zucchero in cristalli e a velo, pecorino fresco, mandorle, uva passa e altre diavolerie che, messe insieme sapientemente come lei sola sapeva fare, una volta passate al forno a legna si trasformavano in prelibatezze che deliziavano i nostri palati. Non conoscevamo ancora le caramelle; del cioccolato avevamo sentito parlare soltanto nelle favole che ci raccontavano a scuola.

Le funzioni religiose della quaresima impegnavano quotidianamente i fedeli (in prevalenza donne) e i sacerdoti, che le officiavano assistiti da un nugolo di chierichetti, della cui schiera feci parte negli anni della mia infanzia. Il parroco Dedola, il suo vice don Masala e il vecchio canonico Grixoni, indossati i paramenti di colore violaceo, celebravano le consuete messe mattutine e le funzioni serali; il Venerdì pomeriggio c'era pure la Via Crucis cantata. Durante quella funzione, seguivamo mestamente il prete in corteo, sostando in preghiera nelle previste stazioni predisposte all'interno della chiesa. Niente feste, nè matrimoni durante la quaresima. Che doveva essere un periodo di penitenza e digiuno effettivi. In verità, a me non riusciva di comprendere perchè mai dovessi ridurmi a subire volontariamente altre privazioni, in aggiunta a quelle che già c'imponeva lo stato di guerra. Che diavolo di peccati potevo avere mai commesso a quell'età, per dovermi sottoporre al digiuno settimanale e ad atti di contrizione nel segreto della mia coscienza o standomene inginocchiato in confessione davanti al prete? Ma tanto esigeva mia madre; e poi me lo imponeva il privilegio di essere chierichetto.

Durante la settimana Santa, le funzioni assumevano una solennità particolare e si svolgevano nella chiesa interamente parata a lutto. I simulacri dei santi erano ricoperti da panni viola; l'altare maggiore e le cappelle laterali disadorni, senza fiori; i canti liturgici intonati alla mestizia. Il Giovedì sera si svolgeva il lavaggio dei piedi degli apostoli, impersonati dai soci della confraternita di Santa Croce, i quali indossavano la tunica con mozzetta, cordone e copricapo bianchi. Quindi si legavano le campane, per non suonarle fino al giorno di Pasqua, in segno di cordoglio. In luogo dei rintocchi squillanti, a richiamare i fedeli in chiesa provvedeva il frastuono de sa matràcca, strumento curioso costruito con una tavola rettangolare spessa un pollice e dotata di uno o due ferri girevoli a forma di u incardinati su ciascuna delle due facce. Una maniglia collocata sul lato corto permetteva d'impugnarla a mo' di valigia. Tenendola in posizione verticale e facendola ruotare per un quarto di giro, alternativamente a destra e a sinistra, sa matràcca produceva un rumore infernale. Figuratevi il fragore di una ventina di tali strumenti, agitati con insistenza e vigore da altrettanti ragazzi che giravano per le vie del paese.

La giornata del Venerdì Santo si apriva di primo mattino con sa missa 'e su fue fue, seguita da sas chircas mudas. Durante quella funzione, celebrata seguendo canoni inconsueti e per me allora incomprensibili, il prete si allontanava di tanto in tanto dall'altare maggiore e si spostava da una parte all'altra della chiesa, percorrendo alternativamente e per intero le due navate; forse alla ricerca di qualcuno o di qualcosa che, evidentemente, non riusciva a trovare. Da qui la denominazione de su fue fue. Finita la messa, si formavano due cortei distinti, rispettivamente con i simulacri della Madonna addolorata e del Cristo flagellato. A un certo punto, pur avendo seguito percorsi differenti, grazie a una regia sapiente e collaudata dalla consuetudine, le due processioni s'incrociavano nello slargo di Caminu 'e cunventu. Sempre al solito punto. Ci si fermava per qualche minuto, con le statue tenute immobili dai portatori, l'una di fronte all'altra. Poi i due cortei riprendevano in silenzio il rispettivo percorso, per rientrare in chiesa così come ne erano usciti, ciascuno per conto proprio. In breve: il Cristo e sua madre si erano incontrati, ma non si erano riconosciuti.

Il momento culminante della giornata era nel pomeriggio; quando, nel corso di una cerimonia lunga e complessa, si procedeva alla deposizione di Gesù crocifisso; ovvero aChiesa parrocchiale, interno negli anni '40 s'iscravamentu. Nella chiesa solitamente affollata, i fedeli seguivano con partecipazione sincera le varie fasi di quel rito antico. Che tutti, ormai, conoscevamo a memoria; ma che continuava a emozionarci come la prima volta. C'é da dire che il personaggio principe di quella rappresentazione sacra non era il Cristo in croce, bensì il predicatore. Era lui il protagonista vero della funzione liturgica del Venerdì Santo; colui che, parlando dal pulpito con voce altisonante, talvolta in lingua sarda e sempre senza microfono, sfruttando l'innata abilità oratoria (oltre che l'arte della retorica appresa in seminario), con accento commosso e a tratti persino indignato, era capace di far vibrare tutte le corde del sentimento in quella platea di persone semplici, devote e composte. Al momento opportuno, si rivolgeva con enfasi a due centurioni, imponenti negli sgargianti costumi orientali e fieri nel portamento, ordinando di levare la corona di spine dal capo di Gesù crocifisso. Similmente procedeva per liberarlo dai chiodi delle mani e dei piedi. Dopo di che li invitava con tono accorato a deporre amorevolmente quel corpo martoriato sulla lettiga, già predisposta al centro della chiesa e ricoperta, a fare da materasso, con innumerevoli mazzetti di fiori campestri. Variopinti e profumati.
Finita la predica, si formava la processione, che si avviava a percorrere le strade del paese, seguendo l'itinerario tradizionale: Piatta, S'ulumu, Carruzu longu, Carrela 'e s'Avvocadu, Littu, S'istradone e Carrela 'e cheja. Il simulacro del Cristo deposto era seguito dalla Madonna vestita a lutto; sul petto un cuore d'argento trafitto da sette spade, metafora dei sette dolori. Al ritorno in parrocchia, i fedeli si mettevano ordinatamente in fila e si avvicinavano a turno alla lettiga poggiata su due cavalletti di legno collocati nella navata centrale, fra il pulpito e l'altare maggiore. Quindi, fatto il segno della croce, adulti e bambini baciavano compunti i piedi martoriati del Salvatore. Dopo di che, ricevevano dai priori di Santa Croce (un uomo e una donna) uno dei mazzetti di fiori che i soci di quella confraternita avevano confezionato pazientemente il giorno avanti, legandoli con filo da cucito. Romagliettes, diciamo noi nella variante locale del sardo. Mia madre ne conservava sempre uno nel primo cassetto del comò; l'unico che chiudeva a chiave. Quel romagliette era per lei una specie di reliquia; un oggetto sacro da non profanare e da custodire con cura fino all'anno successivo, quando i solerti priori gliene consegnavano uno nuovo. Quello dell'anno precedente, ormai secco, veniva da lei distrutto bruciandolo con devozione.

Per i giovanotti la musica era diversa. I romagliettes se li portavano a casa anch'essi; ma per tenerceli un solo giorno. La consuetudine voleva che, durante la notte della vigilia pasquale, quei fiori benedetti fossero deposti sul davanzale della finestra della ragazza del cuore. Inutile dire che le signorinette, tutte indistintamente, in segreto ambivano a essere destinatarie del bel gesto, cavalleresco e romantico a un tempo. Invece per i maschietti l'impresa da compiere non risultava sempre facile. Intanto perchè si rendeva indispensabile collocare i fiori sulla finestra più alta della casa prescelta, al fine d'impedire che qualcuno li profanasse, portandoli via con facilità per poi riciclarli presso un altro recapito.

Manco a dirlo, nella circostanza ribollivano qua e là gelosie feroci, sempre difficili da governare. Non tornava gradito ad alcuno che un rivale in amore infiorasse la finestra della fanciulla che si desiderava ardentemente far propria. Anche quando, come capitava di frequente, i palpiti del cuore marciavano a senso unico. Ecco perchè, onde evitare che l'omaggio floreale fosse profanato dai trafugatori di professione (ce n'era un gruppo molto attivo, in paese), si doveva operare possibilmente a notte fonda; persino in ore antelucane. Confidando di essere stati gli ultimi del giro; e quindi di avere collocato i fiori al riparo da possibili e sgradite manomissioni. L'alternativa era quella di affidarsi a pericolosi esercizi di acrobazia, scalando i canali di scarico delle grondaie per raggiungere finestre o poggioli posti anche al secondo piano; ma non sottovalutando mai l'eventualità di dover fare i conti col padrone di casa. Che, svegliato di soprassalto da improbabili scalatori notturni, poteva non gradire l'impresa; e quindi reagire. Anche in malo modo.
Ma, attenzione! Tante premure, ispirate certamente da sentimenti nobili e rinforzate dalla tradizione, erano riservate esclusivamente alle ragazze geniosas, ossia simpatiche, affascinanti. Gli omaggi floreali, di solito anonimi, non recavano indirizzi di sorta che permettessero d'individuare le destinatarie. Qualche volta venivano accompagnati da bigliettini, ugualmente anonimi, contenenti frasi galanti del tipo "non sono come l'ape che va di fiore in fiore, ma sono come l'edera: dove s'attacca muore". Al contrario, per le signorinette pazosas, vanitose, superbe, e perciò antipatiche, il copione mutava radicalmente. I giovani che provavano sentimenti di avversione nei loro confronti (perchè snobbati, traditi o respinti) si vendicavano cospargendo mucchi di paglia da lettiera sotto il portone di casa di quelle ragazze. Sottile e sminuzzata, la paglia s'infilava inesorabilmente negli interstizi del selciato, che allora lastricava tutte le strade dell'abitato. Pertanto non riusciva agevole, con un solo intervento, rimuovere ogni pagliuzza in modo radicale e definitivo.

In genere, l'inquietudine dell'attesa finiva col togliere il sonno alle donzelle della mia generazione. Durante la notte del Sabato Santo, esse si ripromettevano di vegliare, coltivando la segreta speranza di sentire, da un momento all'altro, il sospirato brusio che segnalasse la presenza di possibili corteggiatori in azione. Ma, alla lunga, la stanchezza finiva col far premio sul pur generoso desiderio di resistere al sonno incombente. Ecco perchè, la mattina di Pasqua, le ragazze balzavano dal letto di buon'ora e, prima ancora di stropicciarsi gli occhi, correvano ansiose alla finestra. Era irrefrenabile in tutte il desiderio di scoprire ciò che gli aveva riservato la sorte. Gioia grande per chi aveva trovato i romagliettes sui davanzali; musi lunghi se il portone risultava assediato dalla paglia.

A questo punto, le destinatarie dell'infiorata puntavano curiose a indovinare chi ne fosse il mittente. Cosa peraltro non sempre facile. Capitava pure allora di amare qualcuno senza essere corrisposti; e quindi di essere oggetto di attenzioni e di desideri non previsti, nè sperati. Le cose potevano complicarsi se, come accadeva a casa mia (con quattro sorelle e qualche cugina ospite abituale), ci s'imbarcava in discussioni senza fine per individuare chi fosse la destinataria effettiva del romagliette. Se poi di mazzetti ce n'era più d'uno, le cose si complicavano ulteriormente. Si dava pure il caso che talune ragazze fossero più gettonate di altre. Evidentemente stavano nelle grazie di più pretendenti. Locali e no. Esse, ovviamente, non mancavano di menarne vanto con le amiche fidate. Che, sforzandosi di fingere curiosità e compiacimento, di fatto schiattavano d'invidia.

Del tutto diverso, invece, l'umore di chi doveva fare i conti con l'aborrita paglia. In questo caso, madri premurose (e furenti) si alzavano di buonora e spazzavano con cura la strada al levar del sole, nel tentativo (di solito vano) di rimuovere dal selciato ogni pagliuzza. A dispetto di tanto impegno, qualche residuo, ancorchè modesto, resisteva pur sempre, a testimoniare in pubblico tanta disistima.

E così, mentre per le strade si snodava solenne la processione pasquale, al termine della messa cantata delle dieci, invece che a seguire le orazioni e i salmi intonati a gloria dal parroco, i fedeli apparivano più interessati a mandare a mente la lista delle abitazioni marcate con la paglia. Di cui rimaneva comunque una traccia che, per quanto modesta, era sufficiente a mettere alla gogna le vittime di turno. Commenti acidi e maliziosi tenevano banco immancabilmente nelle chiacchiere di paese. Ma soltanto per qualche settimana.

da: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, l'educazione di un laico chiaramontese, ed Gallizzi, Sassari 2007, pp. 109-115

Ultimo aggiornamento Mercoledì 04 Marzo 2015 00:05
 
Commenti (8)
PARA MARIO SODDU
8 Lunedì 04 Maggio 2009 18:32
alessandro Sini
Si, soy el hijo de Salvatore Sini.
Si tu eres el primo de mi padre, entonces eres mi Tio.
No, yo no vivo en España, y mi mujer es de Cagliari (ya es un poquito estranjera, pero no es espanola).
tienes 4 hijos y siete nietos? Ahora usted tiene ochi nietos! :-)
Hablo espanol solo porque me gusta mucho esto idioma, es como el idioma sardo...
Mi correo: sinivet@tiscali.it
Te saludo mucho. Hasta pronto.
Il film di Carlo
7 Martedì 14 Aprile 2009 21:04
Franco Sechi
Grazie Carlo per questo bellissimo cortometraggio riferito al passato di Chiaramonti, dove appare la fede, le domande sul "ma non basta la penitenza naturale?", i dolci fatti quasi con devozione, il mazzetto di romagliette custodito nel cassetto del comò come fosse reliquia, ed i romantici romagliettes, con i quali anch'io ho osato bussare alla curiosità di qualche donzella...
Vivere il presente
6 Domenica 12 Aprile 2009 00:40
Salvatore Soddu
Quando penso alle feste pasquali della mia giovinezza, mi riaffiorano tanti ricordi, in particolare il profumo dei dolci che come un manna scendeva dal cielo in tutto il paese. A questo si aggiungeva il profumo dei garofani che ornavano il giardino de "su monumentu" che secondo la direzione del vento si diffondeva nelle strade del paese. I preparativi alla grande festa, che spesso coincideva con l'inizio della bella stagione, aveva tutto un fascino speciale, un po' di mistero aleggiava nell'aria, si sentiva ma non si vedeva. Arrivava al culmine nel venerdì Santo "in s'iscravamentu", dove con solennità il predicatore annunciando la Passione del Signore, guidava l'incedere solenne dei due Centurioni, che toglievano la corona di spine dal capo e i chiodi dalle mani del Signore. (Come bene ha descritto l'amico Carlo). A questa emozione aggiungevo una certo timore, la paura che qualche chiodo cadesse dalle mani dei Centurioni, perchè sotto c'ero io vestito da angioletto, insieme ad un altro bambino, uno per lato. Con sospiro di sollievo vedevo depositare il Crocifisso nel suo letto di fiori. Ricordo il fascino, con un po' di mistero, la preparazione dei dolci, in particolare i pabassini, pur avendo tutti la stessa ricetta, ogni famiglia aveva un suo segreto nel farli, segreto che custodivano gelosamente, guardandosi attorno da eventuali spie. Ma il rito magico era nel preparare "sa braniza o cappa". Venivamo tutti buttati fuori casa per evitare il malocchio sulla montatura del bianco d'uovo a cui veniva aggiunto lo zucchero fuso al fuoco. Che poi vedevamo perfetto. Evidentemente il malocchio non aveva colpito. Effettivamente qualche preparato era migliore degli altri, bisogna ammetterlo, e gli autori ne tenevano orgogliosamente il segreto.


Poi la Pasqua, la grande festa, grande scorpacciata, fino al rifiuto. Ma il desiderio riprendeva man mano che i dolci finivano. E lì tutta l'arte delle nostre mamme che chiudevano sotto chiave il prezioso residuo per dividerlo equamente con i componenti della famiglia. Ma la furbizia dei singoli era superiore all'ingenuità della mamma, il cassetto era sempre chiuso a chiave ma i dolci diminuivano. Sono ancora tanti i ricordi che affiorano, che grazie allo scritto dell'amico Carlo tornano alla memoria. Provo gioia nel pensare a quei tempi, e mi viene spontaneo ringraziare Dio del dono della famiglia, scuola di condivisione che ci faceva apprezzare il poco necessario che avevamo.


Senza dubbio è meglio ora, anche se il mondo sembra vada a rotoli. Ma guardiamo alle nostre famiglie, cosa abbiamo da lamentarci? Non abbiamo forse dato ai nostri figli quello che è mancato a noi? Convinto che il tempo migliore è sempre quello presente nel quale posso decidere io come meglio viverlo, anche se tanti limiti avanzano con l'età. Mi viene in questo momento di dire che augurandovi una Buona Pasqua, un passaggio a vita nuova ci trovi Risorti in tutte le prove della vita.


Con affetto Salvatore

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Grazie, caro compare, del supplemento di ricordi della nostra infanzia; povera ma felice. Ricordiamo di non avere "rubato" a nostra madre mai un solo soldo (semmai tentavamo inutilmente d'imbrogliarla col resto...); ma nessun lucchetto, nessuna serratura ha saputo resistere, in casa, ai nostri assalti, se dietro quello sportello o dentro quel cassetto venivano custoditi dei dolci. Pasquali o no. E quando le provviste dolciarie cominciavano a scarseggiare, nostra madre cercava di allungarne la durata cambiando nascondiglio e centellinandone la distribuzione, che avveniva seguita dalla solita raccomandazione "... e ponidebonde in dogni dente, ca' sos pabassinos sun propriu finidos...". Il che non era sempre vero, finché...


Bei tempi! Ma, avete ragione voi, tutto sommato si vive meglio oggi. Auguroni e un abbraccio. c.p.
per Mario Soddu
5 Sabato 11 Aprile 2009 22:22
Nanda Scanu/Roma
Dopo aver visto la Sua foto pubblicata sul sito di Carlo che ho ricercato ma invano anche perché non ricordavo l’oggetto dell’articolo (se non sbaglio era un po’ arrabbiato con i preti) ho finalmente capito chi è Mario Soddu e, nonostante all’epoca fossi una fanciulla, mi ricordo bene di lei..


Desidero ringraziarLa innanzitutto per i complimenti. E’ importante per me specificare che, parlare di riuscita, nel mio caso, è un po’ troppo. Il mio è un lavoro come un altro e come qualsiasi altro lavoro implica concentrazione, responsabilità, fatica, sacrificio e anche crolli fisici dovuti allo stress. E’ senz’altro un lavoro che mi piace perché ha a che fare con la musica ed, essendo io stessa grande appassionata di musica (dalla classica al jazz, al pop ecc.), senza dubbio, questa parte compensa le fatiche.


Ho però capito che nella vita l’onestà e il rispetto per gli altri prima o poi premiano. Sicuramente l’Inghilterra a me ha dato molto ma ho dovuto anche lavorare sodo.. lei, sicuramente ne sa qualcosa anche se, nel mio caso, consideravo e considero tuttora quei 15 anni trascorsi a Londra come la primavera della mia vita.


“SOS ROMAGLIETTES”
Grazie anche qui del pensiero, purtroppo abito al terzo piano e nessuno oserebbe imbattersi in una tale avventura. Mi risulta però che qualcuno, a Chiaramonti, tanti anni fa, forse in periodo diverso, azzardò con successo. Ricordo con piacere questa tradizione, il bello è che i fiori erano di campo.. e i giovanotti li andavano a cogliere, all’epoca a Chiaramonti non c’erano fiorai. Mi sono rimaste impresse le note di un mandolino e una voce maschile che cantava... non ho mai saputo chi fossero questi due giovani.


Auguro a lei, e a tutta la Sua famiglia di trascorrere una felice Pasqua e, come vuole, la tradizione, un bel pick-nick il giorno di Pasquetta.


Cordiali saluti.


Nanda Scanu/Roma
Per Nanda Scanu
4 Sabato 11 Aprile 2009 11:05
Mario Soddu
Complimenti per la sua riuscita. È una donna da ammirare, sia per la sua professionalità, la sua grinta di riuscire e la sua semplicità personale. I SUOI OCCHI BELLISSIMI LA FANNO ANCORA PIÙ GRANDE! Sarebbe ancora oggi un onore, per molti uomini, mettere "SOS ROMAGLIETTES" sulla sua finestra.


AUGURI INFINITI. BUONA PASQUA.


MARIO SODDU, BELGIO.
Per Alessandro Sini
3 Sabato 11 Aprile 2009 00:17
Mario Soddu
Querido Alejandro, soy el hijo de Mariangela Busellu e Giovanni Soddu. Tu eres el hijo de Salvatore Sini? Yo soy el primo de tu padre. Dónde vives en España? Eres casado con una mujer española? Yo tengo cuatro hijos y siete nietos. Si queres escribirme en privado, pide a Carlos Patatu mi correo electrónico. Por el momento no sè que decirte.


Solamente te saludo mucho. Hasta pronto.


Mario Soddu
origine del nome
2 Venerdì 10 Aprile 2009 16:33
alessandro Sini
Chiaramente è spagnolo: ramillete (si legge ramiiete) è una raccolta di cose utili o selezionate o riferita ai fiori un mazzolino, un bouquet.
Bella tradizione, peccato che non sia più tanto diffusa...

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Grazie per la nota, che contribuisce a fare un po' di chiarezza su questa nostra bella tradizione. Auguri! c.p.
Romagliette
1 Venerdì 10 Aprile 2009 12:35
stefania
Ricordo con piacere una Pasqua di circa 17 anni fa passata a Chiaramonti e il mio stupore la mattina, appena alzata, nel trovare la soglia della porta piena di fiori (non ero a conoscenza di questa tradizione) .... peccato che mia nonna "poco romantica" (... ma comunque "orgogliosa" dell'omaggio floreale alla nipote) nel giro di pochi minuti avesse già fatto piazza pulita... trasferendo il tutto nel cestino della spazzatura!


Un saluto ai Chiaramontesi e Buona Pasqua


Stefania - Roma

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Grazie per i saluti e gli auguri, che ricambiamo. Oggi c'è qualcosa di diverso, in materia di romagliettes; tuttavia l'usanza è molto bella e conserva, nonostante tutto, un che di romantico, oltre che di originale. Non abbiamo notizia di consuetudini analoghe in altri centri della Sardegna. c.p.

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