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2001: Cossiga cittadino onorario di Chiaramonti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Patatu   
Sabato 06 Dicembre 2008 18:07

Sette anni fa, nella serata del 7 Dicembre, il Consiglio Comunale, riunito in seduta straordinaria e solenne, deliberava di nominare cittadino onorario Francesco Cossiga, Presidente emerito della Repubblica e Senatore a vita. In virtù delle sue origini chiaramontesi. Infatti il nonno paterno Chiccu Maria e il bisnonno Bainzu, "Su poeta christianu", erano nati a Chiaramonti.

Alla seduta, presieduta dal sindaco Ezio Schintu, hanno presenziato, oltre a Cossiga, il presidente della Regione Sarda Mauro Pili, l'arcivescovo di Sassari Salvatore Isgrò e una nutrita rappresentanza di autorità civili e militari, oltre a una folta schiera di Sindaci dei Comuni viciniori.


Ezio Schintu, come d'uso, ha consegnato al nuovo Cittadino chiaramontese la pergamena e le chiavi del paese. Cossiga ha ricambiato donando al Comune di Chiaramonti il Gran Collare, la Gran Croce e la coccarda dell'Ordine al Merito della Repubblica, nonché la Bandiera del Presidente che lo ha accompagnato nello Studio alla Vetrata durante la sua permanenza al Quirinale e il gonfalone dedicatogli dai Corazzieri a fine mandato. Doni che, come ha sottolineato il Sindaco, ora "fanno parte della nostra comunità".

Riportiamo di seguito il discorso pronunciato dal presidente Francesco Cossiga nella sala del Consiglio Comunale, inaugurata nella circostanza. L'incipit e la parte conclusiva sono stati pronunciati in lingua sarda logudorese.


Signor Sindaco e Signori Consiglieri Comunali!
Signor Presidente della Regione Sarda!
Signor Presidente del Consiglio Regionale della Sardegna!
Colleghi di Parlamento Nazionale e del Consiglio Regionale della Sardegna!
Signori Rappresentanti del Popolo e della Natzione Sarda!
Autorità Ecclesiastiche, Politiche, Civili e Militari!
Signoras e Signores,

pro a mie, pro Frantziscu Mauritziu Cossiga, fìzu de Zuseppe, avocadu sardista, repubblicanu e contr'a sos fascistas, nebode corale de Frantziscu Maria Cossiga, duttore e oculista famadu, omine comune cun tottu, ma fintzas - de atteru - iscientziadu valorosu in sa gherra contr'a su "tracoma", uffìtziale de su Re de Sardigna.

Nebode in duas de bisaju mannu meu Bainzu Cossiga, amadu e onoradu coment'e chi mai, pastore e poete, de sa zenia 'e Tzaramonte: pro a mie est un'unore mannu, unu gosu chi non faghet a lu narrer, a essere inoghe, oe, in Tzaramonte, in su logu inue sa familia mia est accudida, pustis de trumentadas istorias politicas e de libertade in s'isula sorre de Corsica, e pustis torra nascheit e biveit sarda in tottu, in mesu de a bois, familiares e amigos.

E pro a mie est un'unore, chi non cabet in su coro e in sos sentidos, de aer retzidu oe, in custa die de su mes'e Nadale, sa tzittadinantzia unoraria e-i sas giaes de sa idda, de custa antiga, forte e atzuda bidda de Sardigna, mama 'e bisajos mios, chi deo puru sempre apo cussideradu sa propia e antiga mama mia; sa idda de Sardigna inue ch'affungutan sas raighinas mias, de omine, de natzione e de sentidos.

Voi siete la mia prima Patria! Ma questa vostra natura, e salva sempre la vostra primazia, dividete anche con la bidda di Siligo, nel Meilogu: ché anch'essa è legata alla mia memoria e alla mia riconoscenza per quello che insieme a voi mi ha dato di sardità, caro e fiero mio paese di Chiaramonti, parte viva della forte e coraggiosa nostra terra di Anglona!

Da questo paese partì un giorno, con il dolore nel cuore per non aver potuto realizzare a motivo del suo modesto stato sociale, un suo sogno d'amore ("Istudiadu già ses, duttore puru, e fintzas uffitziale de su Re, ma semper fizu de pastore restas!": questo gli fu detto con prepotenza, alterigia e presunzione!), mio nonno Chiccu Maria per trasferirsi a Siligo, città del Meilogu, - anch'essa terra forte e generosa che ebbe il coraggio di ribellarsi sotto la guida del suo capoluogo di Thiesi alla prepotenza dei Savoia e dei suoi scherani con una gloriosa ribellione sollevata contro i feudatari dell'epoca e capitanata da una famiglia di nobiltà autoctona, quella dei Diego e dei Raimondo Flores.

In Siligo Chiccu Maria conobbe la mia ava, donna Isabella Ladu, di piccola ma antica nobiltà; ma anche in questa occasione egli subì l'onta della discriminazione per le proprie origini popolane, non certo dalla fanciulla, ma dai suoi parenti; ma egli poi la sposò per il coraggio che la sua sposa donna Isabella Ladu, ebbe di distaccarsi se pur con dolore dalla famiglia originaria.

Era la pronipote di don Efisio Tola, di antica e nobile famiglia di origine asturiana, di quel don Efìsio Tola, tenente della Brigata Cremona, patriota della Giovane Italia e della Giovane Europa, che nel 1831 fu fatto fucilare dalla casa reale di Torino sugli spalti del castello di Chambery per la sua dedizione alla causa del Risorgimento e dell'unità italiana, venendo poi gettato il suo povero corpo straziato insieme a quello di altri patrioti civili e militari: fanti, granatieri, guardie e carabinieri, in una misera fossa comune che solo centocinquant'anni dopo fu ricordata e nobilitata, per generosità del mio grande amico e statista Francois Mitterand, Presidente della Repubblica Francese e dei generosi Sindaco e Municipalità di Chambery, con una targa che onora tutti i patrioti dell'allora Regno di Sardegna ed in particolare ricorda il mio proavo, come primo di essi.

Per sposare il mio amato avo Chiccu Maria Cossiga, nonna Isabella, da forte donna sarda, ebbe quindi il coraggio di dipartirsi dalla sua casa, rifugiandosi a Sassari nella casa dello zio don Girolamo Berlinguer, prima medaglia d'oro del Corpo dei Carabinieri, ufficiale degli allora Cavalleggeri di Sardegna, il corpo militare di polizia della Sardegna autonoma. E così la nobile fanciulla d'origine spagnola e asturiana sposò, infrangendo ogni vetusta regola d'origine feudale, Francesco Maria Cossiga, medico, figlio di Bainzu, pastore di Chiaramonti.

E in spirito nazionale sardo, voglio qui ricordare, insieme a Chiaramonti e Siligo, anche la città di Sassari, che è la mia città natale, come voi Chiaramonti siete la mia patria d'origine e Siligo il luogo della mia educazione sarda: la città di Sassari in cui, per le mie ascendenze materne della famiglia Zanfarino affondano le mie radici di repubblicano, di cattolico laico e nazionale, come nell'insegnamento di mio padre Giuseppe, figlio di Chiccu Maria, medico e nipote di Bainzu, pastore, affondano le mie radici di democratico e di fiero autonomista sardo.

Chiaramonti, Siligo e Sassari: questi i luoghi di origine e di formazione di quella sardità, di quel repubblicanesimo, di quello spirito autonomistico, di quella fierezza di essere figlio di quest'Isola, che con orgoglio rivendico quali mie virtù civili e politiche; ma anche di quel patriottismo, insieme italiano e sardo, che sono stati, nella buona e nella cattiva sorte, la mia forza morale e che sono le radici autentiche del mio impegno politico e civile.

Ma questa giornata, che tanto mi riempie di gioia e questa solenne cerimonia che tanto mi onora e mi gratifica, non può per me essere solo l'occasione dei ricordi, anche se commoventi, gloriosi ed esaltanti delle origini della mia fami
glia, del mio essere e considerarmi un popolano e della fonte, lo ripeto, culturale ed etica del mio impegno politico e civile!

È qui a Chiaramonti, della forte e generosa Anglona, terra dei miei avi che credo di dover professare, sempre nell'ambito del mio amore per l'Italia, che credo di aver servito con disinteresse ed onore, la mia specifica identità sarda e la mia fede autonomista, che è l'anima dell'esser io, anche italiano, democratico e repubblicano.

E qui rivivo attraverso antichi ricordi la fragranza delle "cose del buon tempo antico", che pur nelle distinzioni, nelle divisioni, nelle dure contrapposizioni talvolta, sono state l'orgoglio, la vita, in fondo la gioia di lotta e di testimonianza di non poche generazioni di giovani sardi, in particolare sardisti, comunisti e democratico-cristiani, che hanno creduto e praticato la politica come forma di impegno civile e morale a favore degli altri, al servizio certo della Repubblica, ma anche al servizio della Piccola Patria, la Sardegna, la nostra Piccola Nazione incompiuta e senza Stato.

Debbo qui confessare schiettamente che non credo al federalismo  nazionale, come forma di Stato possibile, concretamente realizzabile, valida e utile per                 tutta l'Italia. Alla sua vera e non retorica realizzazione infatti mancherebbero, a mio avviso, le necessarie antiche, autentiche, vive ed attuali origini storiche, istituzionali ed economico-sociali. Forse un tempo esse esistevano durante il periodo del Risorgimento e gli albori del processo di unificazione nazionale e sarebbero state valido e fondante motivo per adottare una forma federale dello Stato, come appunto credettero e propugnarono valorosi pensatori, politici e patrioti, cattolici e laici dell'800: da Gioberti e Cesare Balbo a Cattaneo e Ferrari, che sognarono di dare allora unità e indipendenza alla Nazione, nella forma di una Federazione Italiana.

Ma esse sono ormai da tempo esaurite: e ciò per effetto prima del centralismo di tradizione liberale-idealista da Spaventa a Giolitti, poi del fascismo e quindi della drammatica esperienza politica e civile degli ultimi cinquant'anni quando, quasi morto il concetto di Patria per la tragedia dell'8 Settembre 1943, con i tragici avvenimenti culminati in quella tragica e nefasta data, con la dissoluzione della organizzazione statale e lo sbandamento delle nostre pur gloriose Forze Armate, a causa del tradimento di Casa Savoja, la Nazione fu quasi irreparabilmente divisa e si perdette perfino (checché altri pensino retoricamente, anche se generosamente, il contrario!) lo stesso concetto unitario di Patria! E quanto, ahimè, (permettetemi que-sto sfogo) per lo più incompreso, anzi drammaticamente frainteso!, io cercai di fare, se pur con povertà di forze e di qualità personali e di forza politica per rimarginare questa profonda ferita, prima civile e morale che politica e contribuire a rico-stituire un concetto unitario e da tutti gli italiani condiviso, di Patria, Nazione e Stato, ricomponendo così, ripeto, l'unità civile e morale del popolo italiano!

Questa unità fu infatti prima ferita dalla morte della Patria dell'8 Settembre, poi dalla pur gloriosa Resistenza, che fu certo Guerra Patriottica di Liberazione del nostro popolo e della nostra terra dalla crudele occupazione germanica e dalla atroce oppressione nazista, ma che purtroppo fu anche guerra civile, guerra tra italiani; e poi perfino (e per molti in prima luogo!) guerra di classe, di ispirazione del comunismo leninista e stalinista, volta ad utilizzare i sentimenti di libertà e di patriottismo per instaurare un regime comunista sotto una dittatura di classe che sarebbe stata poi la dittatura di un partito.

Questa guerra di classe rimase fortunatamente non compiuta a motivo del patriottismo di tanti partigiani comunisti e soprattutto della saggia e prudente scelta di Palmiro Togliatti, che optò non per la rivoluzione, ma per il regime democratico e parlamentare di natura occidentale; ma pur sempre guerra di classe combattuta anche se incompiuta, che per la incapacità di intuizione e gestione delle passioni e degli ideali ad essa connessi da parte forze democratiche, fu poi la causa storica, prima culturale ed etica che politica, della eversione di sinistra degli anni '70 - '80.

Scettico e anzi incredulo, lo confermo, della possibilità concreta e della utilità vera di realizzare il federalismo sul piano nazionale, credo invece che (non certo esaustivamente per la Sardegna, ma si per la più parte d'Italia) si possa e si debba pensare a realizzare con coraggio una ordinata e realistica forma di autogoverno, ispirata ai principi e sulla base di una sussidiarietà di competenze, di funzioni, di un autogoverno fondato largamente sull'autonomia delle più antiche comunità storiche della storia d'Italia: comuni e province, integrate da moderne e agili regioni, riordinate secondo criteri non solo geografici (ma quante cosiddette regioni d'Italia sono una estemporanea mera invenzione amministrativa e politica!), ma anche culturali, storici, economici e sociali.

Ma al contempo credo responsabilmente e fermamente che nella nostra Grande Patria italiana, ci possa e anzi ci debba essere spazio, - anche al fine di realizzare una più profonda e reale unità nazionale comune -, per una forma di autonomo governo per alcuni Paesi d'Italia, secondo quel modello che nella tradizione costituzionale spagnola è chiamato il federalismo asimmetrico, un regime cioè di autonomie differenziate secondo la loro propria storia, la loro posizione geografica, la loro struttura economica e sociale, la loro specifica cultura e la loro propria originale lingua.

E così come nella Spagna vi è posto per una autonomia specialissima dei Paesi Baschi, anche a motivo della loro antica tradizione nazionale, della Navarra con i suoi antichi e gloriosi fueros; della Catalogna nostra sorella, antica terra di libertà e di cultura cristiana ed europea; e anche dell'Aragona, nostra antica madre-matrigna; così credo che, pur nel nostro Stato unitario, ma non centralistico, debba e possa essere realizzata una forma di federalismo differenziato per Paesi come la Sardegna, la Valle d'Aosta, il Friuli, e penso anche, per le sue antiche tradizioni di autogoverno e per la sua peculiarità di grande comunità culturale ed economica, anche la Lombardia; e forse anche per altre contrade d'Italia, secondo le loro varie condizioni, necessità e volontà.

Siamo italiani e sardi! Noi sardi siamo italiani e sardi!  Siamo italiani - anche se come ben comprese H. D. Lawrence che nel suo bei libro anche se non certo tutto condivisibile -, sulla nostra terra: Mare e Sardegna, giudicava giustamente l'isola diversa dal resto d'Italia per la sua origine, la sua cultura, i suoi costumi e la sua lingua. Siamo sardi per origine, lingua e costumi; siamo italiani per volontà, per dirla in analogia con quanto Denise de Rougemont disse in riferimento alla nascita ed all'affermassi della Nazione svizzera con il suo pluralismo storico, culturale, linguistico e religioso.

Non essendo noi sardi riusciti a realizzare mai una nostra nazionalità piena, avendo anzi perduto tragicamente la possibilità di radicare quell'autonomia sarda, (che pur aveva avuto un glorioso inizio nella organizzazione giudicale della Sardegna), con la sconfitta dell'esercito sardo giudicale per opera dell'armata aragonese-catalana e siciliana, sulla piana di Sanluri, nella tragica giornata del 30 giugno 1409; non avendo acquistato neanche la nazionalità catalana, per il comune assorbimento di cui fummo entrambi vittime, noi - e la nostra sorella Catalogna -, nel magma centralista e imperial-spagnolista del Regno di Spagna, dopo l'unificazione in questo del Regno di Castiglia e del Regno di Aragona; e soprattutto dopo che, con la Guerra di Successione spagnola la Corona del Regno passò dalla più civile Casa di Asburgo alla casa dei Borbone di Francia, già sulla via di un rigido assolutismo, con una soluzione che fu per la Spagna nefasta e contro cui ci battemmo, insieme, Catalogna e Sardegna.

Finiti nelle mani di una dinastia d'oltralpe estranea a noi e in fondo anche alla più antica e gloriosa storia d'Italia, quella di Casa Savoja, non potevamo giustamente che accettare con sincerità, lealtà e di buon grado, quella che è stata certo come primo passo, l'imposizione della lingua e della cultura italiana. Ma questa imposizione riuscimmo a trasformare in una nostra libera, dignitosa e autonoma scelta, rifacendoci alla nostra più antica storia post-bizantina, testimoniata anche dai grandi monumenti romanico pisani, e dalle nostre relazioni, anche se non sempre paritarie, con Pisa e con Genova.

E così, per i misteri della storia, recuperammo il nostro antico passato di parte piccola ma viva dell'Italia, di quell'Italia dalla cui storia e dalla cui cultura e lingua fummo discacciati da Papa Bonifacio VIII, quando ancora forte delle teorie teocratiche della bolla Unam Sanctam, ci infeudò al Conte-Principe di Catalogna e Re di Aragona.

Ed in questa dolorosa realtà, oltre che per la coraggiosa scelta ideologica:  liberale e nazionale della classe politica, professionale e culturale sarda - memore anche della tradizione giacobina della rivoluzione di Giovanni Maria Angioi -, trova giustificazione la scelta fatta dalle classi dirigenti sarde, della perfetta fusione tra la Sardegna e i cosiddetti Stati di Terra Ferma della Corona dei Savoja, passo definitivo verso la nostra integrazione nella nascente unitaria Nazione italiana.

Questa scelta portò poi nel 1847 alla richiesta di perfetta fusione rivolta alla Corte di Torino, proprio alla vigilia e in profetica previsione della Prima Guerra d'Indipendenza nazionale del 1848, dai rappresentanti sardi che a questo scopo si erano recati nella capitale piemontese, e che questa richiesta presentavano, nonostante il saggio ammonimento ad essi rivolto dal grande patriota cattolico liberale Cesare Balbo, quando rivolgendosi ad essi loro disse: "Con questo atto voi sardi andate a rinunziare a qualcosa per la quale gli irlandesi combattono ormai da quattrocento anni!".

Con la sopraddetta perfetta fusione, certo noi sardi riuscimmo a sbarazzarci dei residui del feudalesimo!

Perdonatemi una nota personale: un mio bisnonno, don Giuseppe Ladu, scontò insieme a don Girolamo Berlinguer, aristocratico anch'egli, prima medaglia d'oro del Corpo dei Carabinieri, ufficiale comandante dei Cavalleggeri di Sardegna, un mese di pena nella cosiddetta prigione dei nobili, per aver egli, come il suo fraterno amico Girolamo, sposato, sembra nello stesso giorno e davanti allo stesso prelato Monsignor Antonto Marongiu di Banari, Arcivescovo metropolita di Sassari, parente ad entrambi, grande canonista e teologo e deputato al primo Parlamento Subalpino, donne di non nobile progenie, anzi plebee: sorelle tra di loro, figlie del - udite! udite! - più famoso parrucchiere-barbiere di Sassari: le belle sorelle Piumena!

Con la perfetta fusione ci liberammo certo dei residui del feudalesimo che non eravamo riusciti a sconfiggere con le nostre sole proprie forze, ma perdemmo però quel che ci rimaneva della nostra autonoma identità semistatuale di cui avevamo goduto nel Regno di Aragona prima e poi puranco nel Regno di Spagna: il Parlamento - che, benché formato per classi -, era pur sempre una rappresentanza autentica del popolo sardo, l'unica allora possibile in regime monarchico, e cioè i gloriosi Stamenti del Regno; la Reale Udienza, e cioè la suprema corte di giustizia sarda; la nostra bandiera terrestre e marittima, che aveva sventolato con gloria e valore su due vascelli sardi nella battaglia di Lepanto e la nostra piccola e valorosa armata, erede del lercio di Cordona che aveva partecipato alla battaglia in difesa della cristianità contro l'islamismo turco nell'anno di grazia 1571 come fanteria di marina sulla nave ammiraglia del comandante della coalizione cristiana Don Giovani d'Austria, figlio dell'Imperatore e Re Filippo II.

Ci affrancammo dal feudalesimo, è vero, ma perdemmo definitivamente le nostre amiche e comuni parlate: il catalano, il castigliano e soprattutto il sardo, di cui i Savoja in gran parte ci avevano defraudato, fin dalla seconda metà del XVII Secolo, violando come loro costume le clausole del Trattato di Londra e comprando a tal fine con vile moneta, curati e maestri!

È vero, - e abbiamo finalmente il coraggio di confessarlo! -, l'autonomia sarda non si è mai veramente affermata né nella coscienza comune dei sardi, né nella prassi di autogoverno a livello regionale, provinciale e comunale, né nella con-sapevolezza attiva e responsabile delle classi dirigenti sarde, me compreso! E non si è affermata neanche una vera e propria cultura sarda in tal senso: e questo perché noi sardi non abbiamo saputo fondare e ancorare l'autonomia istituzionale che ci era stata elargita dall'Assemblea Costituente, alla risco-perta ed al recupero convinto delle nostre antiche e gloriose radici storiche, culturali, linguistiche e di costume, svilendole anzi talvolta in forme di folclore consumistico e turistico che non hanno fatto certo onore alla nostra autentica tradizione e sono state offensive della fierezza!

Finora la nostra autonomia è stata, un'autonomia, per così dire, post-sardista, semi-statalista e accentuatamente di tradizione semi-centralista, un'autonomia che sapeva più di pavido decentramento amministrativo che di autogoverno politico. E ciò è avvenuto anche per larga colpa dei nostri partiti sardi, prevalentemente, anzi esclusivamente il democratico-cristiano e il comunista, perché troppo legati alle centrali e alle politiche di centralismo democratico romano.

A questo proposito dispiacerà forse a qualcuno che io, sinceramente e tristemente, ricordi, per dovere storico di verità, l'iniziale e quasi esasperato pensiero centralistico statalista del Partito Comunista Italiano in Italia ma anche in Sardegna negli anni 1944, 1945, 1946 e 1947; cosi come non dimentico purtroppo le forse neanche sentite, ma pronunziate per disciplina di partito, invettive antiautonomiste di un peraltro grande uomo politico e di cultura sardo, comunista: Renzo Laconi, che mi onorò della sua amicizia e del suo confrontarsi apertamente con me, di lui molto più giovane nelle Aule del Parlamento del 1958. Ma fu - per fortuna! - solo lo smarrimento di un momento! Che poi il Partito Comunista Italiano contribuì non poco ai tentativi di affermazione di sviluppo di una cultura e di una prassi autonomista nell'Assemblea Costituente e dopo di essa.

Fu il nostro, abbiamo il coraggio di confessarlo, un autonomismo quasi senza anima - anche se con molta, anzi troppa retorica -, un autonomismo Stato- orientato e purtroppo angosciosamente stato-petente; un autonomismo nutrito certo anche di grandi tensioni ideali (ricordiamo Anselmo Contu, Salvatore Mannironi, Francesco Fancello, Stefano Siglienti, Pietro Fadda, Pietro Mastino, Luigi Crespellani, i fratelli Giovanni Battista e Mario Melis, Paolo Dettori ed Armandino Corona), tutti nello spirito originario di zio Camillo Bellieni, fondatore del Partito Sardo d'Azione e di Emilio Lussu, primo leader e suo principale combattente; ma un cosiddetto autonomismo nutrito sempre e soprattutto, ahimè, di richieste, di rivendicazioni e anche di piagnistei più da sudditi di Madrid che da cittadini della Repubblica Italiana; un autonomismo che, come mi confessò Antonio Segni, una volta divenuto Presidente del Consiglio dei Ministri, sembrava più mirato ad ottenere denaro e denaro che non alla conquista di una effettiva titolarità e all'esercizio responsabile di autonome competenze!

Forse è venuto ormai il momento di una svolta!

Chi tra di noi ha ironizzato e ironizza sull'Assemblea Costituente, proposta da un comitato per la Costituente Sarda, dove si ritrovano gli orfani dei più grandi partiti popolari di Sardegna, come quello democristiano e quello comunista, che dalle varie famiglie di sardisti e di socialisti hanno in un certo senso derivato ed ereditato non poche delle idealità autonomiste, questi non comprende il valore culturale, etico, civile e quindi politico di questa proposta: e si attarda a volerla con indolenza e con paura confutare con spirito e argomenti da tardo-Azzeccagarbugli!

Chiamiamola Assemblea Costituente, chiamiamola forse ancor meglio Convenzione Sarda o Convenzione del Popolo Sardo; ma creiamola dal basso, magari anche se con la necessaria, soprattutto finanziariamente!, finzione politica e giuridica strumentale di una legge regionale, che la costituisca formalmente, anche solo da un punto di vista costituzionale, ma non politico, quale Commissione consultiva e di proposta rispetto al Consiglio Regionale della Sardegna. Ma, per carità, non perdiamo altro tempo. E non lo perdiamo, specialmente oggi che sempre più si vede (con buona pace degli euro-illusi o anche degli euro- entusiasti), che l'Europa è ben lontana dal diventare una patria comune, (perché le patrie non si costituiscono con i Trattati internazionali, e con i summit di Bruxelles e di Gand e neanche con la moneta comune dallo stupido nome di EURO); e sempre più si vede che l'Europa (ed è già molto,) sarà solo un'Europa di Stati, che proprio per questo, per rimanere ed essere veramente democratica e libera, dovrà essere anche un'Europa dei Paesi, delle Regioni e delle Nazioni senza Stato del nostro Occidente!

Anche per questo, noi dobbiamo recuperare, - così come hanno già fatto i baschi e i catalani, i valenziani e i balearini, certo tenendo ben ferma la nostra comune tradizione culturale e linguistica italiana, la nostra antica e nuova lingua traendola dalla più antica e certa lingua sarda, che è poi quella della Carta De Logu, ma anche la tradizione scritta e la tradizione letteraria sarda, senza sicumera intellettualistica, senza beghe tra Nord e Sud, tra Logudoro e Barbagia, tra Campidano di Cagliari e Campidano di Oristano, tra Sulcis e Iglesiente, ma al contrario con un unico e unitario vero amore per la più antica nostra storia e cultura, rispettiamo la nostra antica e gloriosa lingua comune.

Tuteliamo e valorizziamo lingua e parlate, ma la lingua sarda conviene che sia una: quella mitica ed illustre che fu comune a tutta la Sardegna. Naturalmente, come fu fatto per il basco e il catalano, attualizziamola pure - specie per quanto attiene alle nuove esigenze del lessico, e a ciò che soprattutto è necessario se questa lingua vogliamo rendere attuale con un suo reale ed effettivo uso, non solo ufficiale, ma anche della gente comune - e quindi ai fini dell'insegnamento pubblico, e come cattolico me lo auguro, per l'uso nella liturgia della nostra comune Chiesa cattolica romana.

E perché questa Assemblea Costituente o Convenzione Sarda (io non sono giacobino, tutt'altro!, ma un tocco di polemico giacobinismo non ci starebbe poi male, anche per rimanere fedeli alla rivoluzione di Don Giovanni Maria Angioj e al sacrificio di Don Efisio Tola!), perché non redigere il nuovo Statuto Sardo, per poi confrontarsi su di esso con il Governo centrale, chiamandolo: Noa Carta De Logu e scrivendola certo in italiano, ma anche in antico sardo illustre? E perché, per realizzare tutto ciò, non certo ad un forse irrealizzabile unico partito nazionale o nazionalistico sardo, ma almeno per ora perché non pensare ad un nuovo soggetto politico che dia voce alla incompiuta Nazione Sarda, con lo scopo appunto di promuovere, realizzare e gestire l'Assemblea Costituente o Convenzione Sarda; perché non pensare cioè ad un Movimento Federalistico Sardo, una sorta di quello che per la Catalogna è la Convergenza e l'Unione Democratica, che a tal fine raggruppi unitariamente chi la pensa come noi: di sinistra, di centro e di destra?

Custa est sa idea mia, e-i s'impignu meu, chi oe, inoghe, bos offerzo, amigos caros de Tzaramonte e de s'Anglona, de sa Sardigna intrea. Custu est su saludu a-i custa terra chi at connotu sas raighinas mias, a Tzaramonte e a s'Anglona, a su Logudoro, a sa terra tataresa, a tota sa Sardigna. Ma deo creo, finamentas, a sa mama manna de nois totu: s'Italia, a sa cale chelzo 'ene nessi cantu nde chelzo a s'atera mama manna e natzione chenajompida de nois totu: sa Sardigna.

Et est prò custu chi deo, coment'e antigu deputadu natzionale sardu, m'apo a impreare, in su Senadu de sa Repubblica, gai coment'e a atteros omines de su Parlamentu, italianos e sardos, a tales chi umpare a sos cussizeris de sa Regione Sarda, si mandet ainnantis, e fiat esser ora, su dessignu de annoare s'Istatutu de sa Sardigna, cun d'un'atteru chi tenzat in contu sa netzessidade de sustennere sas isperienzias chi enin dai s'Istatutu autonomisticu de sa Catalogna e, pius de atteru, dai una cultura noa chi est ammadurende, in Sardigna, e chi leat bolos dai s'istiga de perisse de sa limba e de sa cultura sarda.

At a esser custu, forsis, su contributu meu pius importante a su tempus benidore de sa Sardigna nostra, non solis, ma fintzas a s'interessu veru de s'unidade natzionale de sa mama manna, s'Italia, s'unidade de sa cale si basat subra un'antighidade de culturas e de limbas, de chertos pro sa libertade e-i s'indipendentzia, e non subra unu cuntzettu "miope" de unidariedade tzentralistica.

E isperemus chi cust'abboju nostru in Tzaramonte, bidda famada 'e s'Anglona, siat pro a nois tottu, amigos e frades de Sardigna, un'accunortu pro un'impignu mannu de progressu e de libertade pro sa Terra nostra de Sardos.

Fortza paris!
FRANCESCO COSSIGA

 

Chiaramonti, in Anglona, Sardegna, il 7 dicembre 2001

Il testo del discorso e le foto sono tratti dall'opuscolo "Frantziscu Cossiga, Bainzu Cossiga... de sa zenia de Tzaramonte", pubblicato a cura del Comune di Chiaramonti nell'anno 2001.

Ultimo aggiornamento Domenica 06 Settembre 2009 17:44
 

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