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La Tribuna: Uomini come alberi PDF Stampa E-mail
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Lunedì 04 Aprile 2011 21:24

di Salvatore Soddu da Busto Arsizio (Varese)

Un giorno, nell'anticamera di un studio medico pediatrico, mi è capitato di incontrare un nonno che accompagnava un lattante: i genitori non possono, lavorano sempre così sono venuto io... è un po' impacciato. Ci sorridiamo.

È un nonno di campagna, abbronzato, rughe, le mani callose. Quello che sorprende è la somiglianza della testa del vecchio con quella del bambino. In entrambe - pelate - campeggiano come fari due occhi limpidi, di un azzurro di cielo d'alba il primo, di un celeste lacrimoso il secondo. Si somigliavamo davvero tanto.

Mai perdere la capacità di sapersi stupire dell'ovvio, perché l'ovvio cela il mistero. Quello degli estremi della parabola, ad esempio. Mistero che è al contempo miracolo, così discreto che avviene sotto i nostri occhi ogni giorno e non ce ne accorgiamo.

La vita totalmente elastica, modificabile, leggera, intercambiabile, originale dell'età del bambino piccolo. Fino alla rigidità, strutturazione, pacatezza, secchezza, "pesantezza", scarsa mobilità dell'età dell'anziano.

Si nasce totalmente "plastici" e nel contempo "vuoti", leggeri, disponibili ad incamerare dati, a memorizzare emozioni, competenze, immagini, modelli di comportamento. Si deve imparare tutto: dal linguaggio alle cose più elementari, come legarsi le stringhe, o dare un calcio ad un pallone; dalla gestione degli affetti e delle emozioni alla scoperta del proprio corpo, dell'esistenza, del proprio "sé", del mondo degli altri, fino alle scelte della vita.

Mentre il bambino è "elastico ma vuoto", l'anziano è "rigido ma pieno".

Ha combattuto la sua battaglia: ha fatto le sue scelte, ha imparato dai suoi errori, si è saziato dei suoi amori. Le reti di pensiero, della memoria, delle emozioni, man mano si cristallizzano, si strutturano. L'uomo comincia dalla prima infanzia a "riempire" e plasmare i suoi circuiti che diventano sempre più fitti, strettamente correlati tra loro. La "memoria" di tutto ciò che è avvenuto durante la vita va trovando un suo originalissimo equilibrio.

Tutte queste misteriose connessioni diventano, col passare del tempo, rami sempre più solidi, sempre più antichi, più complessi e immodificabili. Potremmo paragonarli ad un albero che, dopo aver vissuto la stagione della crescita, il momento delle gemmazioni, la fioritura e l'abbondanza dei frutti, tende ad una forma definitiva. Con l'architettura dei suoi rami, con la larghezza dei suoi anelli, con la complessità delle sue radici, l'albero parla, è la voce narrante di una vita. Basta avere occhi e sensibilità per vedere.

Dopo aver ospitato uccelli di ogni tipo, salutato cieli e stagioni, sofferto gelate, mutilazioni e potature, il tronco rimane infine spoglio ed inerte, patriarca della memoria. Contorti e feriti da venti e tempeste, ma belli come coralli e unici, anche i rami del vecchio - la linfa vitale apparentemente esaurita - si stagliano essenziali e definitivi nel cielo.

L'uomo, quell'uomo, è pronto a restituire "pieno" quel contenitore misterioso e affascinate quale è la mente, ospitata ormai in un corpo cadente. Appare "naturale" che, dopo aver vissuto infinite esperienze, conosciuto migliaia di volti, provato amori, affetti, separazioni, lutti, gioie e dolori di ogni tipo, ad un certo punto, si reclami l'infinito e l'eterno come libertà dai limiti del tempo e dello spazio.

È la vita stessa radice ormai troppo grande, bella e ricca per poter dimorare in un vaso diventato così piccolo e fragile, che chiede di cambiare "stato" di avere una definitiva "muta". Non entra più nell'involucro che l'ha contenuta, manda il suo ultimo segnale.

Il vecchio albero, dopo la visita pediatrica, si è ripreso in braccio il neonato. Vedo un dolcissimo sguardo d'amore del vecchio per il bambino. Mi saluta, mi ringrazia per essermi interessato di lui e del neonato, e con andatura lenta e curva, ma sicura, fa ritorno a casa.

 

 

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