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Il celebre bandito Giovanni Fais PDF Stampa E-mail
Lunedì 24 Dicembre 2007 18:47

Chiaramonti '...è fra i più sfortunati (villaggi, n.d.a.) non solo dell'Anglona (...), ma anche di tutto il Regno, in relazione alla molto dannosa oppressione dei banditi, che infetta e corrompe tutta la sua popolazione, che per questo motivo è delle più indisciplinate della Sardegna. L'esercizio dei chiaramontesi da piccoli è quello di tirare al bersaglio e lo schioppo è il loro primo e principale attrezzo, che perfino in chiesa non abbandonano, con esso al lato dormono, con esso camminano anche entro casa; se vanno a pascolare, il loro bestiame non si spaventa, poiché quando vede il pastore è abituato a vedere lo schioppo e a sentirlo frequentemente sparare. (...) Le risse, i tumulti, i furti, gli omicidi non fanno impressione in quella popolazione. (...) Se vi è qualcuno in Chiaramonti, che sia un uomo dabbene e tranquillo, è necessario che viva appartato e che si lasci danneggiare per poter vivere'.

Così si presentava il paese agli occhi di Vincenzo Mameli De Olmedilla che, nel 1768, ebbe l'incarico di visitare i feudi sardi legati alla titolarità della contea spagnola di Oliva. Non si tratta di un bel biglietto da visita, bisogna riconoscerlo. Ma si ritiene che, depurata da qualche eccesso, peraltro inevitabile, la descrizione non sia lontana dal vero. A quel tempo il territorio circostante era coperto, pressoché per intero, da belle selve di roveri ghiandifere che rendevano oltremodo facile nascondersi, sfuggire agli accerchiamenti e tendere agguati; come pure occultare il bestiame rubato e i morti ammazzati.

In questo clima visse e si formò Giovanni Fais. Il quale, evidentemente, aveva già nel suo dna qualcosa di particolarmente affine all'ambientino che gli stava attorno. In breve, il nostro riuscì a sconfiggere persino l'oblio, tramandando ai posteri il ricordo delle proprie gesta in virtù delle eccezionali qualità banditesche, della efferatezza e dell'ardimento di cui diede prova in tutte le circostanze della sua vita. Mai liete per chi ebbe la sfortuna di non essergli amico.

Incominciò presto. Ad appena quindici anni fu condannato a morte in contumacia per un delitto commesso a Nulvi ...in complicità di suo fratello Antonio e pertanto esposto alla pubblica vendetta. Uomo scaltro quanto coraggioso e intraprendente, sempre riuscì a battere i suoi avversari sul campo, negli infiniti scontri che lo videro impegnato nel corso della sua esistenza tribolata e a sfuggire alla morsa dei militi reali, numerosi e bene armati. Soltanto il tradimento di due amici lo condannò a morte, con la complicità di qualche bicchiere di vino, evidentemente trattato a dovere.

Giovanni Fais sposò Chiara Unali, chiaramontese, figlia di un famoso capo banda di quel tempo. Dei cinque figli, Caterina, Leonarda e Mattea si distinguevano per bellissime forme, grazie e spirito; Leonardo e Antonio per un aspetto virile, per coraggio e destrezza. Antonio seguì la carriera ecclesiastica e fu ordinato sacerdote. Ma, ritraendo quanto l'altro fratello assai dal padre, meritò che il governo lui spesso da un luogo all'altro sospingesse a esilio.1 La moglie, che non poteva essere diversa da un tale marito, diede prova di coraggio e determinazione in più occasioni, emulando così un'altra donna di quel tempo e ugualmente coraggiosa: la nobile Lucia Delitala di Nulvi. Chiara, rispettando alla lettera il patto matrimoniale, seguì il marito in tutte le sue scorribande, condividendone le imprese e i pericoli, i disagi e gli inevitabili vantaggi che pure le derivavano dall'essere la compagna di un tale potente personaggio. Ma anche aiutandolo col maneggiare abilmente le armi, se necessario. Un'armigera provetta. Era anche donna prudente e astuta, che spesse volte lui e i suoi satelliti traeva da luoghi e lacci di perdizione, con stupore dei nemici.

Un uomo di tal fatta era ovvio che incutesse rispetto. Soprattutto in un'epoca in cui stare dalla parte della Giustizia non era cosa facile. Ecco perché pastori e agricoltori non mancavano di offrirgli annualmente dei regali che, tutto sommato, avevano certa sembianza di prestazioni baronali, come si legge nel Casalis. Gli stessi barracelli, che pure avevano il compito primario di difendere la gente di campagna da ladri e grassatori, gli davano parte dei loro guadagni; tutti i proprietari lo gratificavano. Insomma, era un mammasantissima temuto, riverito e rispettato. Si spiega così la grossa fortuna accumulata in breve tempo e costantemente impinguata con rapine frequenti e fruttuose. Infine, si faceva beffe del fisco intestando al figlio sacerdote, evidentemente più legato al padre terreno che a quello celeste, le sostanze male acquistate, e cioè le greggie e gli armenti.

Ma il Fais era capace anche di atti di generosità e manifestava, in talune circostanze, comportamenti tanto inusuali quanto sorprendenti. Non di rado, chi lo aveva denigrato e considerato male si era ricreduto dopo averlo conosciuto di persona. Lo stesso Duca di San Pietro, si legge ancora nel Casalis, fatto prigioniero dai suoi uomini, gli fu poi riconoscente per le cortesie e per le attenzioni ricevute. Tant'è che sarebbe stato capace di ottenere in suo favore una sorta di amnistia plenaria se solo si fosse deciso ad abbandonare alla loro sorte i suoi seguaci. Cosa che egli non fece. Era uomo d'onore! Si spiega così la collaborazione offertagli in più occasioni pure dalle persone oneste. Che non esitarono a tirarlo fuori da guai seri e da pericoli molto gravi. Anche a costo d'inimicarsi i capi delle bande avversarie.

Da uomo avveduto, strinse un'alleanza di ferro con i Delitala, potente famiglia di Nulvi e avversa al potere esercitato dai Savoia in Sardegna. Una opportunità in più per difendersi con successo dalle incursioni dei militi governativi e dalle aggressioni dei suoi nemici. Che non erano pochi. Naturalmente, come in tutte le alleanze che si rispettino, chi riceve deve pure dare. Al solo scopo di fare cosa gradita a donna Lucia Delitala, Giovanni Fais uccise un certo Giovanni Maria Tedde di Chiaramonti. Ma questo fatto gli procurò non pochi guai, poiché un fratello della vittima (Antonio) chiamò a raccolta tutto il parentado e, fucile in spalla, partì per compiere la rituale vendetta. Sebbene nel primo scontro avesse riportato la peggio, perdendo quasi tutte le persone a lui più care, il Tedde non si rassegnò e attese tempi più favorevoli, che gli consentirono poi di avvalersi della collaborazione di un congiunto. Il quale, divenuto commissario governativo per combattere la delinquenza, armò soldati e civili per catturare il Fais. Vivo o morto. Ma la provvidenziale (per Fais) fine del governo retto dal vicerè Rivarolo mandò all'aria l'operazione, lasciando il nostro uomo vivo e vegeto; potente e arrogante quanto mai.

Fu così che il Fais estese il suo potere ancora di più, operando scorrerie sanguinose per le campagne, imponendo tasse, osando perfino d'irrompere nel villaggio di Bonorva e pretendendo dal sindaco che agli uomini della sua banda fosse riservato lo stesso trattamento delle truppe regie. Nei pressi di Monte Santo, mentre rientrava a Chiaramonti, s'imbatté in una compagnia di dragoni incaricata di trasportare da Ozieri a Sassari una somma consistente di danaro del pubblico erario. Naturalmente massacrò senza misericordia la scorta e s'impadronì della cassa. Assunse poi le vesti del tribuno del popolo, incitando la gente a non pagare le tasse imposte dal governo sabaudo. Oltremodo indignato da questa nuova veste del Fais, lo stesso Antonio Tedde, che senza successo aveva tentato di farlo fuori qualche tempo avanti, radunò numerosi uomini fidati e andò allo scontro. Poiché i due gruppi contrapposti si eguagliavano per numero e forze, il combattimento fu aspro e durò tre giorni, con fasi alterne e risultato incerto. È certo, invece, che il Fais fu ferito, mentre alcuni dei suoi uomini, fra i quali un fratello della moglie, furono fatti prigionieri, torturati mozzandogli la lingua e quindi trasferiti nelle carceri di Sassari.
Fu a questo punto che, disperando di salvarsi, abbandonò la lotta e, inoltrandosi nella boscaglia, si allontanò insieme alla moglie e ai figli. Ma la più piccola di essi, Mattea, si mise a piangere, facendo correre ai fuggiaschi il pericolo di essere scoperti. Il Fais non esitò a brandire il pugnale, pronto a scagliarsi contro la figlioletta e farla tacere per sempre. La prontezza e la determinazione della moglie non gli permise di aggiungere al suo blasone anche il titolo di parricida. Quindi, seguendo i consigli di quella donna eccezionale, tornò sui suoi passi, riprese in mano le redini della battaglia e riuscì a cavarsela ancora una volta, sia pure in modo rocambolesco e grazie al pronto intervento dei Delitala. Le vicende alterne che si susseguirono lo costrinsero a cercare scampo anche in Corsica. Poté rientrare a Chiaramonti soltanto dopo essersi assicurato che il Tedde aveva giurato di restare in pace con lui; ma a condizione che non gli comparisse più davanti.

Naturalmente il Fais, rientrato fra i suoi, riprese la vita consueta. Di più, avvalendosi dell'amicizia di un assessore della Reale Governazione di Sassari, veniva a conoscenza di quanto si decideva nel Palazzo. Tant'è che si azzardava persino a entrare in città, lui che era ricercato per una condanna a morte, travestito da cappuccino e si permetteva d'ingiuriare il governatore davanti a tutti. E ciò faceva mentre le truppe governative erano andate da tutt'altra parte per ricercarlo. Finché il governatore Maccarani non riuscì a indurre al tradimento due banditi sassaresi, che appartenevano alla sua banda e che lo fecero fuori a colpi di scure, mentre dormiva profondamente, sotto l'effetto di un sonnifero disciolto nel vino che i due compari gli avevano offerto. Aveva, nonostante tutto, ben settantacinque anni! Il suo corpo fu trascinato per le strade di Sassari; quindi fu smembrato e le sue membra esposte in vari luoghi. Fra questi, Chiaramonti: proprio di fronte a quella ch'era stata la sua casa di abitazione.

Tutto questo accadeva all'incirca nella seconda metà del Settecento. Se Giovanni Fais fosse vissuto ora, c'è da giurarci, con la sua storia ci avrebbero fatto un film...

Carlo Patatu in AA.VV. "Isole Gemelle - Iles jumelles", ed. La Grafica, Porto Torres 2004

Le foto:

1a - Su Monte 'e Cheja con i ruderi del Castello

2a - S'Istradone, oggi via dell'Europa Unita e piazza Repubblica, in una foto degli anni '40 del Novecento

3a - S'Arcu

Ultimo aggiornamento Lunedì 14 Aprile 2008 19:24
 
Commenti (7)
Balente
7 Domenica 24 Maggio 2015 22:45
Gavino
Giovanni Fais vero balente!
In risposta a Giuseppe Bruno
6 Martedì 30 Ottobre 2012 20:27
Cipì

Al lettore Giuseppe Bruno, che chiedeva notizie sugli avi paterno e materno, comunico che, a seguito di una fugace ricerva, ho trovato i loro atti di battesimo, redatti nell'antica chiesa parrocchiale di San Matteo a Su Monte 'e Cheja rispettivamente negli anni 1871 e 1881.


L'interessato riceverà privatamente una mia mail con tutte le notizie che sono riuscito a reperire. Lo invito, pertanto, a farmi pervenire il suo indirizzo di posta elettronica a questo recapito:


famigliapatatu@gmail.com


Colgo l'occasione per salutarlo cordialmente. (c.p.)

Notizie SODDU - BRUNO
5 Sabato 27 Ottobre 2012 11:37
GIUSEPPE BRUNO

Salve è un piacere trovarvi, vorrei informazioni sui miei due nonni, entrambi nati a Chiaramonti, rispettivamente nel 1871 e 1881, Francesco Bruno da linea Paterna e Giuseppe Francesco Soddu da linea materna.
Vi ringrazio e a risentirci. Giuseppe Bruno
---
Vedremo di accontentarla, nei limiti del possibile. Saluti. (c.p.)

pro Ottavio Soddu
4 Lunedì 02 Giugno 2008 21:01
giovanni soro
Ti fatto ischire chi sos Soddos in Tzaramonte, pro su chi leggimus in su primu registru de sos cojuos de sa Parrocchia de Santu Matheu, che sun' siguramente prima de su 1721. S'attu de matrimoniu de cuss'annu narat goi:
Die 24 de Austu 1721- Claramonte Juan Maria Soddu et Mathea Belleddu Musia sunu istados affidados et isposados in custa Parroquiale Ecclesia de Santu Matheu per me R. Thomas Pirinu Cura sende pro testes su R.Matheu Are et Matheu Correddu totu de ditta villa.
Un'ateru attu est pustis de calchi annu cando sa "die 24 Jenargiu 1723- Claramonte Jorgi Soddu et Antonina ... sunu istados affidados et isposados in custa Parroquiale Ecclesia de Santu Matheu per me Thomas Pirinu Cura sende pro testes Pedru Maria Cossu et Dominigu Tomianu totu de ditta villa.
Leadinde totu sos afficcos.

---

Ringraziamo il prof. Soro per l'attenzione e il contributo prezioso.
c.p.
tzaramontesu docg
3 Martedì 27 Maggio 2008 01:25
soddu ottavio
dia cherrer ischire cando sun bennidos sos soddos a bidda, o semus de raighinas tzaramontesas?
Merci messieurs, patatu e soro de bien vouloir me rénseigner a ce sujet!
Visitando il vostro lavoro, sto facendo un viaggio nello spazio e nel tempo, senza spostarmi da mons.

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Caro Ottavio, mentre ti ringraziamo per gli apprezzamenti, giriamo la tua richiesta a Giovanni Soro. Che, se lo vorrà, potrà rispondermi con una competenza che noi, in materia, non abbiamo.
c.p.
arrivo dei Cossiga...
2 Lunedì 14 Aprile 2008 17:51
giovanni soro
Gli atti parrocchiali della chiesa di San Matteo registrano, tra il 1707 e il 1709, i seguenti matrimoni: 1. - 31/05/1707: Antoni Cossiga e Caderina Satta; testi: Gavinu Satta Acorrà e Anton Pedru Satta; 2. - 28/12/1707: Juanne Cossiga e Mathia Pitali; testi: Pedru Tedde e Juanne Pinna Bullitta; 3. - 02/02/1708: Antoni Damianu e Juanna Cossiga; testi: Ingiamu Satta e Anguelu Seque; 4. - 26/07/1708: Alonso Cossiga e Martina Sanna; testi: Juseppe Arazanu e Franciscu de Melas; 5. - 15/12/1709: Julianu Cossiga e Maria Cossa; testi: Quirigu Seu e Salvadore Melas. E’ evidente che i Cossiga sono presenti nel nostro paese già nei primi anni del ‘700 e che il loro arrivo, pertanto, non può essere collegato al rientro del Fais dalla Corsica. Siamo certi che questo cognome indichi la provenienza, se è pur vero che i cognomi corsi in Sardegna sono Cossu o Cossa? Ricerche più approfondite, presso l’archivio diocesano di Castelsardo, ove pare si trovino dei registri parrocchiali di Chiaramonti risalenti al ‘600, potrebbero aiutarci ad individuare la loro origine. Il Nostro Presidente Francesco Cossiga ha notizie più certe?
ARRIVO DEI COSSIGA A CHIARAMONTI nel 1700?
1 Lunedì 07 Aprile 2008 22:52
ANONIMO
Buonasera, volevo chiederLe se la latitanza in Corsica del bandito Giovanni Fais, potrebbe corrispondere con l'arrivo dei Cossiga a Chiaramonti nella metà del 1700? --- Non so che dire. Vedrò di fare qualche ricerca per soddisfare, se possibile, la curiosità del nostro lettore anonimo. Carlo Patatu

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