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Domenica 01 Maggio 2016 00:00

Impropri interventi, datati 1970, all'interno della chiesa di S. Matteo

di Claudio Coda

Da sotto il campanile.

Il 25 novembre del 1886, l'arcivescovo turritano -Diego Marongio Delrio[1]-, scrisse al parroco Stefano Maria Pezzi[2] un'epistola:

“[...] mi compiaccio assai che siasi approvata e resa esecutoria la Deliberazione concernente le opere in marmo da costruirsi in codesta Parrocchia e unisco i miei voti per la pronta esecuzione di tali opere [...]”. In finale questa: “Ma che si potea fare di più ? “.

In questo sito sono state già proposte articolate descrizioni relative ad “intromissioni” all'interno della parrocchiale San Matteo realizzati alla fine degli anni '60. (vedi: Com'è cambiata la mia chiesa” – VI parte- del 6 gennaio 2013).

A contrasto propongo alcune notizie, che ho potuto rilevare da annotazioni parrocchiali del periodo.

La Parrocchia, in accordo con la Commissione Diocesana Arte Sacra della Curia turritana e l'Amministrazione Comunale, a seguito dei contributi regionali richiesti e ottenuti, si cimentarono in interventi di restauro.

Dalla lettura dei documenti, risulta la ragione d'intervento: […] “liberarla stilisticamente”[...].

Il risultato è sotto gli occhi: come si calpesta la pavimentazione, così è stata calpestata, seppur breve, storia costruttiva di quest'edificio (la struttura muraria è del 1883-1885). In buona sostanza: un incauto requiem !

L'asta dei lavori fu aggiudicata dall'impresa Bassu di Osilo, che si servì di manovalanze locali. Al tempo, il parroco era don Giovanni Maria Dettori[3] e l'Amministrazione Comunale era retta dal democristiano Gerolamo Casu[4]. Nell'Ufficio Comunale, ad istruire la pratica e sovrintendere i lavori, il geometra comunale Pierino Fele.

Non si sa bene a quali livelli professionali si siano rivolti, Comune e Parrocchia, per redigere i progetti di restauro a modifica degli elementi decorativi di fabbrica che erano presenti all'interno dell'edificio. Certo è che, visti i risultati, hanno fatto tutto in casa, senza uno studio riferibile all'originale, tenendo conto che, l'edificazione, era appena di ottantacinque anni prima - bazzecole per una struttura ecclesiale - dopo una tormentata storia per la sua edificazione, durata oltre un secolo (dal 1755).

L'interno, quello d'origine, si rifaceva ad uno stile neoclassico e appariva senz'altro più omogeneo, perché così pensato, ed in sintonia con lo schema progettuale.

I nuovi interventi prevedevano la rimozione della vecchia pavimentazione -in ardesia e marmo chiaro- per sostituirla con quadrotti di marmo grigio. Durante i lavori vennero alla luce le vecchie fondazioni dell'Oratorio di Santa Croce, su cui era sorta la parrocchiale. In progetto anche la rimozione della balaustra di separazione del presbiterio dalla navata. Questo per dare più collegamento con i fedeli alla nuova liturgia che prevedeva il celebrante officiare di fronte all'assemblea. Quelle balaustre erano in marmo bianco, a mio ricordo.

Ai lati dell'altare maggiore erano collocati due archi a basamento di due statue rappresentati il Sacro Cuore di Gesù e il Sacro Cuore di Maria. Eliminati pure quelli. Chiusa al passaggio la porta che dal presbiterio accedeva alla sacrestia e in sua vece fu aperta al lato opposto nella navata laterale sinistra.

Nello spazio lasciato dalla balaustra è “planato”, da sopra una colonna di sostegno, l'ambone marmoreo; e la colonna utilizzata come base per la statua del Sacro Cuore di Gesù. L'altare di San Giuseppe, il primo a destra della navata laterale, “demolito per la sua impraticità”.

La vecchia tribuna per l'organo e cantoria, giù perché [...]“a giudizio di esperti, era una stonatura stilistica, e, d'altra parte, poco utilizzabile”[...]. Era stata realizzata nel 1900, su progetto dell'ing. Eugenio Serra di Sassari -costata 675,06 lire - in sostituzione di una vecchia bussola realizzata, probabilmente al momento della costruzione dell'edificio.

Eliminate le pedane degli altari delle navate per avere uno spazio più ampio. Tutto il materiale residuo è stato depositato nella chiesa di San Giovanni, in quanto lo spazio a disposizione era limitato. Al posto dei lampadari centrali, delle applique a parete. Con le offerte dei fedeli si dotò di un altare in legno, una Via Crucis in terra cotta, e nuovi banchi costruiti dalla ditta Sanna di Ozieri. In ognuno di essi, le targhette nominative, su richiesta degli stessi offerenti, si indicava lo scopo del “sacrificio” da essi affrontato.

Il 20 settembre del 1970, a lavori ultimati e alla vigilia della festa patronale, in una cerimonia solenne, l'arcivescovo mons. Paolo Carta, benedì la chiesa restaurata e le formelle in ceramica della Via Crucis. Affollata da una moltitudine di fedeli le navate, tutti “entusiasti” ed “entusiasmanti”.

La ritrovata disponibilità della parrocchiale, fu anche occasione per celebrare, il sabato successivo, il matrimonio di una signorina, figlia di un protagonista di primo piano di questa paese. Ma dubito, conoscendo la coppia, che avessero atteso, circa tre anni, per averla.

In finale dell'annotazione si legge: […] “sarà dovere di tutti garantire il rispetto e la difesa del nuovo volto del tempio”.

Il “vecchio”, però, nessuno lo difese. Amen!

 

La seconda foto è dell'autore, che ringraziamo.

 


[1] Arcivescovo turritano dal 1871 al 1905.

[2] Parroco dal 1859 al 1905.

[3] Vice parroco dal 1949 al 1951 e parroco dal 1951 al 1983.

[4] Sindaco dal 1960 al 1970.

Ultimo aggiornamento Sabato 30 Aprile 2016 16:06
 

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