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Ieri tra poveri ci si divideva anche la miseria. Oggi invece… PDF Stampa E-mail
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Giovedì 06 Dicembre 2018 17:31

C’era, allora, un rapporto diverso tra le persone e anche con la campagna, curata e produttiva – Ora la povertà è di altra natura: povertà di rapporti, povertà di relazioni, povertà di affetti, povertà di servizi

di Orazio Porcu

In questo periodo la stampa ci tiene quotidianamente aggiornati sulle acrobazie cui sono costretti gli amministratori locali nel tentativo di conciliare esigenze inconciliabili: crescenti ristrettezze di bilancio e crescenti fasce di bisognosi tra gli amministrati.

Si parla così di redditi di inclusione, redditi di cittadinanza, di povertà estreme. È giusto che le istituzioni, nella società opulenta, così la chiamano gli opulenti, facciano quanto è nel loro ruolo per fronteggiare anche questi problemi.

Però…

Povertà estreme, redditi di inclusione, redditi di cittadinanza... Parole, espressioni verbali nuove per esprimere concetti, situazioni antiche. Di quando, bambini, cantavamo a mo’ di filastrocca “si haia tentu padezone, abba e sale, haia fattu pane cottu… si haia pane”. C’era sempre qualcuno che ci richiamava “bogadeli ‘e cabu, chi tia Franzisca si podede offendere”. Cambiavamo strada, cambiava chi ci richiamava, cambiava la “tia” che si poteva offendere, per il resto, tutto restava immutato.

Allora, persino il trascorrere del tempo sembrava dettato non dall’alternarsi delle stagioni, ma dal succedersi dei bisogni: “Finzas a Nadale né fritu e né famine, dae Nadale in susu fritu e famine piusu”. Quando per gli amaretti dei Santi non era necessario andare nella bottega sotto casa: bastava avere l’avvertenza, durante la stagione, di conservare i noccioli di albicocche, di pesche, di prugne, per avere , in ottobre, semi amari sufficienti per una “cotta” di amaretti.

Ma c’era allora un rapporto diverso con la campagna (alla periferia del paese un mazzetto di bietole selvatiche era possibile rimediarlo sempre). E, se per caso un osso salato e un pezzo di lardo dell’ultimo maiale si era salvato, un ciuffo di “limbuda o di almuratta” con una manciata di fave secche e pranzo e cena per qual giorno erano assicurati.

Ma soprattutto c’era un rapporto diverso tra le persone: tra poveri si era capaci di dividere anche la miseria. La vicina di casa che allevava quattro galline per strada e d’estate per la notte le ricoverava sotto la cappa del camino, quando poi d’inverno il camino rivendicava la sua funzione naturale poteva capitare di doverle ricoverare sotto il letto, un uovo per la frittata della vicina di casa c’era sempre. “Unu bicculu de ispinu” quando si ammazzava il maiale o un pezzo di formaggio fresco alle occasioni (Pasca ‘e Nadale o Pasca ‘e abrile) per le seade arrivavano sempre; se poi qualche uomo di campagna aveva a suo tempo nell’anfratto di qualche roccia individuato “una casa” ci poteva essere anche il miele. E quel giorno anche il povero poteva sentirsi benestante.

Il concetto di benessere non era del resto molto ampio: bastava la tavola imbandita con la tovaglia di lino del corredo, i piatti di ceramica al posto dei soliti piatti di ferro smaltato per sentirsi benestanti! Silvio doveva ancora arrivare a spiegarci che la colpa del povero era l’incapacità di arricchirsi. La povertà era quindi una colpa! Le prestazioni del calzolaio, del fabbro ferraioi, del falegname, del barbiere si pagavano in abbonamento, nel periodo del raccolto. I bambini aspettavano i mesi di marzo e di aprile per poter finalmente giocare scalzi per strada con una palla di stracci. E allora non si contavano “sos poddighes iscuccurados o sos benujos isbucciados” senza grandi preoccupazioni delle mamme! Le sbucciature della pelle sarebbero guarite in pochi giorni. La riparazione del cuoio delle scarpe avrebbe richiesto l’intervento del calzolaio con l’inevitabile supplemento alla quota concordata per l’abbonamento annuale.

Non è una cronaca medioevale questa: è il semplice richiamo alla memoria dei ricordi di uno dei tanti ragazzini che alla fine del secondo conflitto mondiale avevano 8-10 anni e vivevano in uno dei paesi della Sardegna interna. La vita si reggeva sulle magre e scarse giornate del bracciantato agricolo e sull’andamento stagionale: bastava una primavera particolarmente piovosa e il grano, al momento del conferimento all’ammasso, aveva un peso specifico basso, era bianconato (matti biancu) ed era deprezzato.

Aspettavamo la ricostruzione; la ricostruzione venne, in Italia e in Europa, e con essa crebbe la richiesta di manodopera. Dal Sud e dalla Sardegna verso le regioni del Nord e verso l’estero i primi a partire, i giovani più autonomi, più disposti ad affrontare i rischi e le incognite di una realtà sconosciuta. I proprietari delle terre commentavano con acredine “lassalos andare si sun cunvintos chi in Germania sun isettende a issos pro los garrigare de oro. Pro laorare già che ‘nde restan”. Partivano non per levarsi di dosso la vergogna della povertà, ma solo per avere un po' di dignità.

Poi iniziarono ad emigrare quelli che dovevano restare “a laorare”. Quasi senza che ne fossimo consapevoli iniziammo a notare le terre incolte, dalle strade piano piano scomparvero i bambini, la sera sulle panchine sotto il fresco degli alberi si vedevano solo vecchi. In compenso il paese cambiava faccia: i primi risparmi degli emigrati arrivavano per ristrutturare la casa di famiglia o per costruirne una nuova nella speranza di un possibile ritorno. Alla fine del processo ritrovammo i paesi che cambiavano volto: facciate nuove pitturate spesso con colori vivaci, allegri e non ci rendevamo conto dell’insanabile contrasto che andava maturando tra questa vivacità nell’aspetto e la tristezza creata dal progressivo spopolamento.

Oggi si inizia a parlare della necessità di politiche di contrasto allo spopolamento. Ora in quei paesi non ci sono povertà estreme: ci sono solo povertà diffuse; e non si tratta della mancanza pura e semplice del denaro (chi è rimasto per paura di partire o chi è tornato per il desiderio di finire i propri giorni nei luoghi che lo avevano visto nascere e crescere) di solito basta a se stesso; la diffusione della povertà è di altra natura: povertà di rapporti, povertà di relazioni, povertà di affetti, povertà di servizi: via la farmacia, il medico due volte la settimana, via i carabinieri, il parroco solo la domenica per la messa, via i trasporti pubblici, via la scuola (a che serve se mancano i bambini?).

Per iniziare a contrastare lo spopolamento non c’è che l’imbarazzo della scelta, purché si inizi subito e non si aspetti a quando sarà troppo tardi, quando persino la memoria di una Sardegna popolata sarà perduta.

 

 

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