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"Mulinu" in abbandono e depredato PDF Stampa E-mail
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Giovedì 13 Dicembre 2012 00:00

di Mario Unali

In relazione agi interventi apparsi su questo sito e concernenti i mulini ad acqua citati da Gianluigi Marras, riceviamo e pubblichiamo volentieri questa lettera di Mario Unali, appassionato cultore di archeologia che sa tutto sul nostro territorio. Lo conosce come le proprie tasche.

Lo ringraziamo anche per averci fornito le foto del mulino pubblicate in pagina. (c.p.)

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Caro Carlo,

il mulino di Badu Olta era rifornito da una diga costruita circa trecento metri più a monte sul rio Iscanneddu quasi all’altezza della confluenza col rio Santa Giusta.

Opere murarie di un certo spessore sbarravano il corso del fiume, creando un invaso non tanto grande, ma di certa rilevanza, capace di consentire un’autonomia di energia al mulino.

Con una canaletta adacquatrice posta sulla riva destra del fiume, l’acqua, passando davanti alla fontana de tziu Tzanu, era convogliata sul mulino a una quota di circa tre metri dal pavimento e sparata, si fa per dire, sulla ruota a pale che trasmetteva il moto alle macine. L’invaso e la diga rudimentale corrispondente è posta esattamente 573 metri a monte del mulino. Del che restano tuttora tracce ben visibili, come risulta dalle foto in pagina.

Sì alle macine. Che non ci sono più. Sparite nel nulla.

La prima circa quindici anni fa, la seconda nove anni fa, subito dopo che riuscii a fotografarla. Se non ricordo male, nel 2004 con un gruppo di amici facemmo visita al mulino di Badu Olta. Tu dovresti avere anche una serie di foto concernenti quel giorno.

Ne costatammo lo stato di avanzata decadenza e il depauperamento continuo che, insieme al territorio circostante, sta subendo. È purtroppo la realtà di molte emergenze archeologiche della Sardegna. Quelle del nostro comune non fanno eccezione.

Ho proposto da qualche tempo, uno studio da me fatto, di rilevamento dello stato attuale delle nostre emergenze archeologiche alle amministrazioni Schintu, Cossu e, per ultimo, Pischedda. Con la speranza che qualcosa possa farsi per la difesa e la tutela di queste povere ma importanti vestigia del nostro passato.

Intanto le ruberie e le nefandezze continuano a scapito del nostro patrimonio culturale comune. Che, seppur povero, costituisce la nostra storia ed è la ricchezza più grande che un popolo può avere e su cui contare per progettare un futuro il più sostenibile possibile.

Ti saluto.

Ultimo aggiornamento Giovedì 13 Dicembre 2012 00:30
 

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